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Father John Misty è diventato un Cole Porter sotto LSD


Ed è impossibile non esserne affascinati. Nel nuovo ‘Chloë and the Next 20th Century’ il cantautore gioca con arrangiamenti orchestrali e miti di Hollywood. Non aveva mai scritto musica del genere

Father John Misty

Foto: Nicholas Ashe Bateman

Se questo disco fosse stato scritto da qualunque altro musicista, le recensioni non direbbero granché. Scrittura deliziosa. Splendidi arrangiamenti orchestrali. Una bossa nova, Olvidado (Otro momento), perfetta per un Martini a bordo piscina. Un disco solido, insomma. Nessun appunto.

Ma trattandosi di Father John Misty, l’asticella è decisamente più alta. Parliamo pur sempre di Josh Tillman, l’ex batterista dei Fleet Foxes che nel 2015 ha pubblicato un concept sulla sua vita. È l’uomo che una volta ha descritto il mondo come «una roccia senza dio che si rifiuta di morire» e che nel giorno del suo matrimonio ha scritto un pezzo intitolato Holy Shit. È il tizio che nel 2018 ha riassunto il suo lavoro così, in God’s Favorite Customer: “Mi occupo del business della vita”. Altroché nessun appunto: nell’ultimo decennio di appunti ne abbiamo presi parecchi.

Poi è arrivata la pandemia e Tillman, di solito incline a commentare lo stato apocalittico del mondo, è sparito. Ha pubblicato un paio di singoli e un disco dal vivo per raccogliere fondi per le vittime del Covid, ma nella conversazione pubblica non c’era traccia della sua presenza ingombrante e sardonica. Era esattamente quel che voleva. Ha messo l’accappatoio di Nilsson Schmilsson e non è più uscito di casa.

Fatto sta che non ha mai scritto musica come quella del suo quinto album Chloë and the Next 20th Century. Nella breve intervista rilasciata a DIY qualche giorno fa – tecnicamente la prima dopo anni – l’ha confermato: «La vita privata non può superare la finzione», ha detto, per poi aggiungere: «Non ho niente da dire per difendere questo disco. Non so dire perché meriti di esistere».

Proviamo a farlo noi al posto suo. Chloë è pieno di grandi e delicati arrangiamenti orchestrali e personaggi come la stessa Chloë, Simone e un gatto d’angora morto. Al centro c’è Hollywood, la stessa Hollywood a cui si presentava così, in Fun Times in Babylon: “Guardami, Hollywood! Sono arrivato!”.

Epperò questa è la vecchia Hollywood e Misty è bloccato in quell’era elegante esattamente come Jack Torrence nella foto del 1921 alla fine di Shining. È stato chiaro fin dal primo singolo Funny Girl, con l’arrangiamento e i toni seppia e il video tipo Mago di Oz. Viene fuori in tutto il disco, in realtà, soprattutto nella prima canzone Chloë, dove ci affascina come un Cole Porter sotto LSD.

Chloë tratta il tema con una serie di trovate e colpi di scena, riuscendo nell’operazione impossibile di non annoiare con la sua delicatezza. Il brano centrale, Buddy’s Rendezvous, contiene una domanda piena di dolore. «Cos’è successo alla ragazza che conoscevo / Ha fallito e ora è sui giornali?», chiede il cantante accompagnato dai fiati (chi non sa che la versione di Lana Del Rey è una cover potrebbe addirittura pensare che l’abbia scritta lei). Un altro dei brani migliori, Goodbye Mr. Blue, ricorda Early Morning Rain di Gordon Lightfoot ed è una gemma tale che viene ad ascoltarla 27 volte di fila.

E quando ci si è convinti che Chloë sia radicalmente diverso dalla musica del vostro amato cantante, lui torna a farci visita nell’ultimo pezzo, The Next 20th Century. Bussa alla porta e dice con un sorriso furbetto: “Val Kilmer aveva uno specchio lungo quanto la parete, proprio lì”. In fondo, è sempre stato qui con noi.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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