Taylor Swift, la recensione di 'Evermore' | Rolling Stone Italia
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‘Evermore’ è la sorella disinibita e piena di dubbi di ‘Folklore’

Temi e atmosfere sono quelli del disco uscito in luglio, ma quest'album è più sperimentale e le storie hanno finali aperti. Forse perché lo è anche il futuro della pop star

Taylor Swift

Foto press

Rieccoci qua, di nuovo. Avremmo dovuto capire che una come Taylor Swift, in quarantena come tutti noi, avrebbe pubblicato a sorpresa altre canzoni, sequel del formidabile Folklore. Il disco s’intitola Evermore e fa storia a sé, anche se sembra un’estensione di Folklore – ne è «la sorella», dice Swift. Al posto di pubblicare una serie infinita di video, di fare concerti e servizi fotografici come per gli ultimi cinque album, o giù di lì, Swift ha costruito un altro album basato sui concetti di storytelling e mitologia contemporanea.

Sull’onda del successo di Folklore, Swift e il suo team si sono presi libertà ancora maggiori e la cosa si riflette nella musica. Tornano a lavorare con lei Aaron Dessner, Jack Antonoff, Justin Vernon. E anche se il sound “indie” è quello del disco precedente, Evermore è più vario e diciamo così più sperimentale. La murder ballad country No Body, No Crime, con Este e Danielle Haim, convive col pop da camera di Gold Rush. Il canto pieno di calore di Swift abbinato a un piano honky-tonk in Dorothea poche canzoni dopo è distorto dal filtro usato da Bon Iver che rende robotico il timbro morbido della cantante. È un bel cambio di passo: di solito Taylor Swift affronta di petto i cambi di genere, in Evermore invece cura i particolari della produzione con la stessa meticolosità con la quale scrive i testi.

Al centro di Evermore ci sono storie e nuovi personaggi che s’affiancano ai Betty, James e Rebecca del disco precedente. In ‘Tis the Damn Season appare Dorothea, attrice hollywoodiana che torna nella sua città natale e si rivede segretamente con una vecchia fiamma. La versione di lui è contenuta in Dorothea, con l’uomo che vuole accorciare le distanze: “Hai amici favolosi da quando hai lasciato la città, l’unico posto in cui ti vedo io è un piccolo schermo”. Diversamente da Folklore e dalle sue canzoni incentrate su un triangolo amoroso adolescenziale, qui le storie non hanno bei finali. Una donna rompe col suo fidanzato dai tempi del college proprio la sera in cui lui vuole chiederne la mano; due truffatori s’innamorano e promettono di vivere una vita stabile per loro impossibile. In Tolerate It, una delle relazione più strazianti mai descritte da Swift, l’amore di una persona è accolto con crudele indifferenza dall’altra. “Aspetto sulla porta come una bimba / Uso i colori migliori per ritrarti / Apparecchio con cura / E ti guardo tollerare tutto questo”, canta Swift descrivendo un destino che sembra peggiore persino della morte.

Date retta, nessuna di queste canzoni è migliore o peggiore di quelle di Folklore. Forse è una cosa voluta o forse è una funzione dei pezzi scelti, fatto sta che i momenti migliori di Evermore sono quelli in cui Swift usa su sé stessa il suo talento nel costruire miti. Marjorie è un po’ il cuore del disco, una canzone brillante e assieme devastante, un classico istantaneo. Se avete sentito Ronan conoscete la capacità di Swift di scrivere grandi elogi funebri. Qui lo fa per la nonna Marjorie Finley descrivendola come una forza della natura, un po’ come lei. “Quel che è morto, morto non è”, canta. “Sei viva nella mia testa”. Nessun’altra canzone cattura la tragedia differita che è perdere una persona cara quando sei troppo giovane per capirne il valore.

Forse qui mancano gli happy ending, o i finali in genere, perché Taylor Swift non ha ancora capito che cosa farà lei stessa. “Stavo ballando quando s’è fermata la musica / Sbalordita, non riesco ad affrontare la reinvenzione / Ancora non conosco la nuova me”, canta in Happiness, un pezzo registrato poche settimane prima della pubblicazione dell’album. È una bellissima canzone ambient che ricorda i Chromatics senza la cassa in quattro. Parla di divorzio, ma è chiaro che Swift canta di ben altro: perdono, storie individuali complesse, la possibilità di vedere tutti gli aspetti della personalità.

Swift è ancora la regina incontrastata delle canzoni velenose sulla fine di una relazione, ma i pezzi di Evermore rappresentano un passo avanti, in una direzione più matura, sono il risultato dei mesi passati in mezzo ai boschi, persa, incapace di decidere quale direzione prendere. E forse, mentre leggete queste righe, l’ha già trovata.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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