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Ernia è il futuro del rap italiano

Il rapper ritorna con un album lontano dagli stereotipi della trap per una ventata di originalità di cui la scena aveva bisogno

Tutti i rapper hanno qualcosa da raccontare? Assolutamente no: alcuni per scelta, altri per incapacità. Ma se si ha la pazienza di scavare tra le strofe e arrivare all’essenza del testo, è facile capire chi appartiene al primo gruppo.

Ernia è senz’altro tra questi, e potrebbe candidarsi a diventare uno dei narratori più interessanti della sua generazione. In 68, però – che è il numero di un autobus, l’unico che collega il suo quartiere al centro di Milano – più che costruire una storia vera e propria, trasmette un mood. Un misto di attesa, scazzo, slancio, speranze, volontà, timori: quelli di un ventenne i cui sogni di gloria si sono all’improvviso trasformati in realtà, con il dubbio che il suo lieto fine sia meno permanente di quello delle favole.

In una carrellata di immagini evocate quasi per associazione, brani come Sigarette (L’inizio) e Tosse (La fine) ci danno uno scorcio della sua quotidianità, in cui è facile immedesimarsi, perché è lontanissima dal folklore gangsta della trap.

Un pazzo e La paura potrebbero addirittura riuscire a conquistare qualche devoto fan del cantautorato, cosa in cui magari prima o poi si cimenterà, visto che nell’album ha inserito più volte delle strofe canticchiate.

Le potenzialità per creare qualcosa di nuovo e originale nel rap italiano mainstream ci sono tutte, e se Ernia continuerà a lavorare in questa direzione (cercando però di smussare un po’ gli angoli, perché con un flow e una delivery come i suoi, il rischio di diventare troppo monocorde è sempre in agguato) ci riserverà di certo parecchie belle sorprese. Una menzione speciale va al tappeto sonoro orchestrato da Marz, classico e senza tempo, che si sposa alla perfezione con le sue rime.

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