Il nuovo album di Eric Clapton, "I Still Do", qualcuno ha voglia di contraddirlo? | Rolling Stone Italia
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Eric Clapton – I Still Do

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L’aneddoto è pura mitologia rock: nel 1966, quando Eric Clapton e Pete Townshend, al tempo i migliori chitarristi al mondo, vedono suonare per la prima volta Jimi Hendrix, si guardano in faccia e dicono: «È finita. Adesso siamo il numero due e il numero tre». Sono passati 50 anni, infinite mutazioni del linguaggio rock e generazioni di chitarristi, Hendrix non c’è più da un pezzo, Townshend è quasi sordo e Clapton è lì, intoccabile nel posto che la sua “mano lenta” gli ha fatto conquistare tra i più grandi di sempre, compresi i maestri del Delta che ascoltava a Ripley a 13 anni quando ancora non sapeva che sua sorella era in realtà sua madre e che il suo destino era sopravvivere a tutto nel nome del blues.Oggi Clapton ti guarda dalla copertina del suo ennesimo disco (disegnata da Sir Peter Blake) e ti dice: “Faccio ancora”. Qualcuno ha voglia di contraddirlo? Negli ultimi anni ha trovato una quiete accettando con ironia il suo status di leggenda vivente, ha recuperato la voglia di suonare ascoltando Gary Clark Jr. (lo ha detto lui stesso) ed è ripartito: due album, una compilation, un tributo a J.J. Cale, una settimana di concerti e un disco dal vivo alla Royal Albert Hall. Gli basta pescare a caso dalla sua stessa storia: si avvicinano i 40 anni di Slowhand? Chiama Glyn Johns per produrre un disco da mettere tra i classici, impeccabile e monumentale, sei pezzi originali e sei cover da Robert Johnson a Bob Dylan a Skip James. Questo disco comunque dice una cosa sola: Eric Clapton può fare quello che vuole purchè continui a far scorrere la sua mano lenta sulla chitarra, il più a lungo possibile.ibs_button

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L’aneddoto è pura mitologia rock: nel 1966, quando Eric Clapton e Pete Townshend, al tempo i migliori chitarristi al mondo, vedono suonare per la prima volta Jimi Hendrix, si guardano in faccia e dicono: «È finita. Adesso siamo il numero due e il numero tre». Sono passati 50 anni, infinite mutazioni del linguaggio rock e generazioni di chitarristi, Hendrix non c’è più da un pezzo, Townshend è quasi sordo e Clapton è lì, intoccabile nel posto che la sua “mano lenta” gli ha fatto conquistare tra i più grandi di sempre, compresi i maestri del Delta che ascoltava a Ripley a 13 anni quando ancora non sapeva che sua sorella era in realtà sua madre e che il suo destino era sopravvivere a tutto nel nome del blues.

Oggi Clapton ti guarda dalla copertina del suo ennesimo disco (disegnata da Sir Peter Blake) e ti dice: “Faccio ancora”. Qualcuno ha voglia di contraddirlo? Negli ultimi anni ha trovato una quiete accettando con ironia il suo status di leggenda vivente, ha recuperato la voglia di suonare ascoltando Gary Clark Jr. (lo ha detto lui stesso) ed è ripartito: due album, una compilation, un tributo a J.J. Cale, una settimana di concerti e un disco dal vivo alla Royal Albert Hall. Gli basta pescare a caso dalla sua stessa storia: si avvicinano i 40 anni di Slowhand? Chiama Glyn Johns per produrre un disco da mettere tra i classici, impeccabile e monumentale, sei pezzi originali e sei cover da Robert Johnson a Bob Dylan a Skip James. Questo disco comunque dice una cosa sola: Eric Clapton può fare quello che vuole purchè continui a far scorrere la sua mano lenta sulla chitarra, il più a lungo possibile.

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