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Ellen Ullman, la marxista nella macchina

Finalmente arriva in Italia un memoir di culto: il racconto profetico di una donna a Silicon Valley, la fabbrica dei sogni del nostro tempo. Quando il bug diventa parte del sistema.

Accanto alla macchina di Ellen Ullman, edito nel 1997, racconta la sua esperienza di programmatrice nella Silicon Valley. Siamo agli albori di Internet, il computer non ha quella diffusione capillare ed esistenziale nelle nostre vite e la “rete” ha dato adito a un numero ancora relativamente contenuto di metafore sul mondo. Eppure il memoir di Ullman non appare un libro datato, e non soltanto per le intuizioni su ciò che sarebbe accaduto (la virtualizzazione del denaro, per esempio), ma anche perché è molto più interessante conoscere le origini di un mito, che scandagliarne l’immaginario quando il mito si è appiattito su se stesso.

In un certo senso, il privilegio della nostra conoscenza attuale ci regala lo stesso piacere perverso che proveremmo a rivivere i nostri migliori anni di gioventù sapendo come comportarci o con chi flirtare. Ellen Ullman finisce nella Silicon Valley per banale contingenza agli inizi degli anni ’80, dopo una formazione in materie umanistiche e una crisi del sistema universitario incapace di riassorbire le sue competenze. Insomma, se oggi la prospettiva sarebbe un lavoretto in un call-center, nella California dell’epoca Ullman dà inizio alla sua gavetta in quel tempio di tecnologia digitale che continuiamo ostinatamente a guardare con la sacralità riservata a ciò che non capiamo, un accesso blindato in odor di misticismo, che al tempo stesso ci esalta e ci intimidisce.

Come ha scritto in un articolo Vincenzo Latronico (traduttore del libro): “Ci diciamo che anche chi progetta un ponte, un aereo, un traforo autostradale passa mesi o anni a scrivere formule incomprensibili […] usiamo il ponte, l’aereo o il traforo confidando nella loro perizia, senza chiederci – non ne abbiamo le competenze! – cosa poteva essere fatto diversamente, e come. Ma un software o un cellulare sono più simili a una casa che a un ponte: progettarli coinvolge sì competenze tecniche ben precise, ma anche qualcosa di più – un sistema di valori, un’idea di vita – che il progettista lascia in ciò che crea, come un’impronta”. Probabilmente il nostro limite profano ci impedirà anche di riconoscere quell’impronta, ma ciò che Ullman riesce a fare nel suo libro è raccontare le scelte di un programmatore, secondo criteri etici un po’ più complessi di quelli che avremmo immaginato. Quando, per esempio, comincia a lavorare a un progetto in supporto dei malati di AIDS, su committenza di un’agenzia pubblica, la percezione della sua identità nel mondo di cui fa parte è descritta così: “Sono più che una sfigata: sono una traditrice, una fiancheggiatrice della burocrazia, una consumatrice di tasse. Sono tutto ciò che c’è di sbagliato in questo Paese”. Allontanarsi dalla pura astrazione del “codice” e venire a contatto con gli “utenti finali” è un azzardo, una compromissione fisica e cognitiva “prima della riunione gli utenti esistevano solo nella mia mente, come proiezioni private. […] Avrei voluto con tutta me stessa sostituire le astrazioni con quelle persone reali. Ma era già troppo tardi. Il sistema esisteva prima di loro […] Di colpo mi sono resa conto che il problema non era rimpiazzare una realtà con un’altra, ma il fatto che le realtà fossero due. Io ero lì, al confine: l’interfaccia fra il sistema, in tutta la sua esistenza, e le persone, in tutta la loro”.

Nel libro di Ullman il “confine” è quasi tutto, lo sconfinamento il territorio in cui si va definendo la propria esistenza “le necessità umane devono varcare il confine del codice, devono attraversare questa membrana che filtra l’urgenza, la paura e la speranza, lasciando passare solo la razionalità”. All’interno della Silicon Valley, Ullman stessa sembra rappresentare un “bug” nel sistema: essere una donna, non più giovane e con un passato di attivismo politico alle spalle, alla ricerca di uno “spazio interiore, privato, più vicino alla macchina, dove le cose funzionano”. L’accanimento affinché il sistema funzioni si nutre proprio delle sue idiosincrasie anti-sistemiche, e in questo persino l’essere stata una militante comunista entra a far parte del gioco, postulando un ulteriore sconfinamento, quello tra socialismo e programmazione: “Quando ero nel partito dicevamo spesso che il marxismo-leninismo era una ‘scienza’, e il partito la sua ‘macchina’. E quando il mondo non si adeguava alle idee che avevamo su di esso – quando dovevamo prendere atto delle forze caotiche che spingono le persone a credere, a volere, a fare una cosa anziché un’altra – reagivamo da programmatori”.

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