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Ecco la conferma: Jason Isbell è uno dei migliori autori rock americani

Nel nuovo album ‘Reunion’ il cantautore non è granché audace musicalmente, ma scrive una serie di grandi pezzi in cui si confronta con i fantasmi del passato. Risultato: il suo disco più elegante e riflessivo

Jason Isbell

Foto: press

“Pensavo d’essere solo al mondo”, canta Jason Isbell nelle prime battute di un pezzo prog-roots di 7 minuti intitolato What’ve I Done to Help, per poi aggiungere: “finché i miei ricordi non sono venuti a trovarmi di notte”.

C’è un motivo preciso per il quale Isbell ha scelto di aprire Reunions con l’immagine di uomo solo, sveglio a notte fonda, tormentato dal passato. Questo disco, oltre ad essere il suo lavoro più rifinito ed elegante, è anche inquieto e riflessivo (la parola “fantasma” vi appare non meno di cinque volte). Questo rende Reunions parzialmente diverso dalla trilogia di dischi post sobrietà che il cantautore di Nashville-via-Alabama ha scritto nell’ultimo decennio.

In quegli album, vale a dire Southeastern del 2013, Something More Than Free del 2015 e The Nashville Sound del 2017, Isbell si proponeva come marito, padre e voce della coscienza nel Sud moderno. Reunions, in cui è affiancato per la quarta volta dal produttore Dave Cobb, è quasi una risposta a quell’immagine virtuosa.

Succede quando Isbell cambia il sound (meno country-soul, più timbri chitarristici alla Dire Straits) o quando mostra delle crepe in quell’immagine di facciata (vedi la seconda strofa della gemma di rock anni ’70 Overseas), quando mette da parte le metafore per diventare prosaico (It Gets Easier) e quando dimostra che personale e politico coincidono (Be Afraid). Succede anche quando si guarda allo specchio: “il mondo è in fiamme”, canta, “e noi saliamo sempre più su”.

Il più delle volte, però, Isbell rimugina sul passato. Sono questi i momenti in cui Reunions brilla. Nei due pezzi migliori – e sono davvero straordinari: il pop modello Nashville di Dreamsicle e la ballata delicata Only Children – il cantante riflette sui ricordi d’infanzia, sugli amici perduti, sulla fine della vita bohémienne.

Isbell ha scritto varie canzoni capolavoro nell’ultimo decennio – Cover Me Up del 2013, 24 Frames del 2015, If We Were Vampires del 2017, per citarne alcune – e ne è in qualche modo vittima. Conoscendo il livello altissimo del suo songwriting ci si accorge dei piccoli difetti di pezzi altrimenti davvero buoni come St. Peter’s Autograph o Running With Our Eyes Closed. Si ha, insomma, la sensazione in qualche modo sbagliata che Isbell non stia andando oltre le aspettative.

E invece Reunions è un disco ricco di sfumature e indagatore, è il più irrequieto di Isbell dai tempi di Southeastern. È il ritratto sfaccettato di un artista alla perenne ricerca di sé. Come recita Be Afraid, “dici la verità e riesci a metterla in rima con ogni cosa”.

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