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Earl Sweatshirt ci ricorda che il rap non è puro esibizionismo


‘Sick!’ è il disco più accessibile dell’ex Odd Future. Il rapper rinuncia a punchline, ritornelli facili e trucchetti vari per confermarsi autore hip hop unico nel suo genere, proiettato nel futuro
4 / 5

Per certi fan del rap Earl Sweatshirt è una specie di dio sceso in terra. Invece di approfittare di questa deificazione, il rapper californiano (vero nome Thebe Kgositsile) ha passato la sua intera carriera a sfidare le aspettative. A chi gli chiedeva di fare un altro Earl, il mixtape del 2010 che ci ha fatto scoprire i suoi testi geniali e diabolici, ha risposto reinventandosi.

Nei primi due album questa reinvenzione era sottotraccia, nascosta nel suono e nell’approccio tematico ai pezzi. Le cose sono cambiate con Some Rap Songs e Feet of Clay, rispettivamente del 2018 e del 2019, in cui ha messo in discussione l’idea che la grandezza di un rapper dipenda solo dalla sua tecnica e ha messo assieme ritmiche spezzate e la non-linearità tipica di chi sta ai margini del rap game. La sua scrittura ellittica e fumosa, ma anche ben strutturata e in costante movimento, ha sovvertito le regole su cosa può essere una canzone rap. Sick! continua sulla stessa strada, esplorando nuovi territori e continuando a fare a pezzi le convenzioni tipiche del genere.

Il disco nasce dalle macerie di un altro album, scartato a causa della pandemia, e dalla paura di Earl di diventare un autore esibizionista e scontato. «Non facevo altro che rappare, in ogni singolo pezzo», ha detto. «L’album a cui stavo lavorando aveva una bella energia, ma mi sembrava rozzo, come la campagna elettorale di un politico». Questi tentennamenti, sommati alla perdita di alcune tracce dal computer, l’hanno convinto a scrivere musica più urgente e diretta, un reset che ha orientato il carattere delle nuove canzoni.

Negli album precedenti, Earl trattava la musica come un luogo in cui indagare i suoi problemi psicologici e dare voce alle sue emozioni più cupe. In Sick! è decisamente più estroverso, non si chiude in se stesso, ma sfonda muri. La musica sembra guidata dalla voglia di rinnovamento artistico, lo stesso che lo aiuta a navigare il mondo pandemico e i suoi orrori. Il singolo Titanic, con tutte le sue strane associazioni, sembra quasi uno scherzo: Earl usa la storia della nave come metafora di un disastro, pur riuscendo a mantenere un tono ironico. In Vision parla della pandemia e dice che sta “solo scappando dalla fossa”, con un flow che sembra fiorire dal loop ipnotico di pianoforte di Black Noi$e. Earl cerca sempre nuovi modi per giocare con le parole senza mai banalizzarle, un equilibrio che manca a molti suoi contemporanei.

In più, la voce è in primo piano rispetto al passato. Il mix è opera di Young Guru, il fonico di Jay-Z, che ha dato alla voce un suono chiaro e netto. E difatti Earl, che ama i suoni fangosi e liquidi, non è accreditato tra i produttori: i beat sono affidati a collaboratori storici come Alchemist, Black Noi$e, Samiyam e Sage Elsesser (qui come Ancestors), che hanno messo a punto basi più convenzionali, con suoni di batteria più diretti e sample più cristallini al posto del classico beat alla Earl Sweatshirt. Eliminare dal mix i suoni corrosivi tipici del passato dà a Earl modo di rappare “direttamente, senza fronzoli”, per usare le parole di Titanic.

E però questo cambio di sound è un depistaggio. Earl resta un autore unico, che sviluppa le sue idee da angolazioni sghembe. A livello tematico si concentra sull’idea del movimento in avanti, spesso attraverso immagini che mescolano terreno e corporeo, cosmico e personale. In 2010, uno dei tanti brani in cui analizza il passato per proiettare il suo impegno nel futuro, parla di “far tremare la terra” camminando e dice di “non guardarsi indietro” per non soffrire. In Fire in the Hole parla di un incendio che ha dentro, “ma respirare a fondo lo fa solo bruciare di più”.

Tutti i testi evocano immagini di calore ed eruzioni, come se le sue rivelazioni criptiche fossero sia dolorose che liberatorie. Lye, costruita su un loop di fiati, evoca la scena della Autobiografia di Malcolm X in cui X si stira i capelli, mentre con voce composta Earl parla di come “il dolore a volte banchetta con l’odio”. Anche in God Laughs parla del fuoco con gratitudine, accompagnato da un beat di Alexander Spit. È incredibile quanto a fuoco sia il suo rap, come riesca a evitare ogni riempitivo riuscendo allo stesso tempo a sembrare autorevole, giocoso e vivace.

Sick! non è un disco polemico e il fatto che sia l’opera più accessibile di Earl non è un caso. Il suo obiettivo è rinegoziare l’idea di evoluzione nel rap. Senza punchline, ritornelli, beat eccentrici e flow esagerati, trova sempre un modo per colpire e divertire, evitando trucchetti o protagonismi. Mentre la nuova scuola, le leggende e i fan del rap continuano a girare a vuoto, Earl Sweatshirt ci ricorda che il genere non è mai andato da nessuna parte con gli artisti-divinità o con il mero spettacolo, ma con umiltà e immaginazione.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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