È tornata Elizabeth Fraser, la divina aliena del pop | Rolling Stone Italia
Home Recensioni

È tornata Elizabeth Fraser, la divina aliena del pop

La voce della cantante dei Cocteau Twins, le musiche del suo partner nella vita Damon Reece, la chitarra di Steve Hackett: l’EP dei Sun’s Signature è un viaggio in una musica che credevamo perduta

Sun's Signature

Foto: Ben Part

Il fascino di Elizabeth Fraser, quando cantava coi pionieri del dream pop Cocteau Twins, non risiedeva tanto nelle canzoni quanto nel modo in cui evocava emozioni crude come gioia, preoccupazione, disagio. Alla poesia preferiva l’estasi d’un canto in cui dava forma a quei sentimenti con suoni vocali grezzi e spesso bellissimi, usando occasionalmente qualche parola in inglese, un canto che s’intrecciava alle fantasie dei compagni di band Robin Guthrie e Simon Raymonde (davvero cantava “silly, silly saliva”?) Non si ascoltavano i Cocteau Twins, li si sentiva. Col suo stile ultraterreno e il suo modo di brillare nell’oscurità, Fraser ha aperto la strada a Julee Cruise, ai Portishead, a Sarah MacLachlan, per poi ispirare Jeff Buckley, Miley Cyrus e molti altri.

A dispetto della sua importanza, Fraser ha passato buona parte dei 25 anni successivi alla fine dei Cocteau Twins lontana dai riflettori. È vero che ha cantato in Teardrop dei Massive Attack e ha fatto varie apparizioni, ma in tutto questo tempo ha pubblicato solo due singoli a suo nome. Un nonnulla rispetto alla produzione dei Cocteau Twins, che conta otto album e undici EP nell’arco di otto anni.

Sun’s Signature, omonimo EP di debutto del duo formato col compagno di vita Damon Reece (batterista dei Massive Attack che ha suonato anche con Echo and the Bunnymen e Spiritualized), rappresenta la prima musica che pubblica da tredici anni a questa parte. La sua voce sembra ancora uno spirito che vaga cerca di un corpo. Ha la stessa magia d’un tempo, ma è cambiata e per certi versi migliorata. A 58 anni, Fraser ha una voce più alta che si libra sopra gli arrangiamenti quasi barocchi che Reece ha realizzato con musicisti che hanno suonato con Massive Attack, Spiritualized, Julian Cope. Strano, ma vero, un importante contributo arriva dall’ex chitarrista dei Genesis Steve Hackett. Si ascoltano dulcimer, celeste, vibrafono e altri strumenti che di solito prendono polvere in qualche negozio. Suonano in modo magico, evocando il classico stile 4AD di cui i Cocteau Twins sono stati pionieri insieme a Dead Can Dance e This Mortal Coil.

Fin dalla prima traccia, che s’intitola Underwater, la voce di Fraser suona misteriosa come sempre e fluttua sopra a una sorta di carillon. La musica ricorda vagamente la lounge trippeggiante di Felt Mountain dell’imitatrice di Fraser, Goldfrapp, ma il suo modo di cantare è deliziosamente imprevedibile. In Golden Air si colgono echi dei Cocteau Twins, mentre la voce soprano di Fraser canta con grazia di “movimenti indaco, gentili ed esitanti” sopra la chitarra di Hackett (riprodotta al contrario). Circa a metà, si fa strada un ritmo più pesante che rende cupa la canzone, dando modo a Fraser di offrire un contrappunto all’atmosfera iniziale, come accade da sempre nei suoi pezzi migliori.

Il secondo lato dell’EP (uscito in vinile per il Record Store Day prima della pubblicazione digitale) si apre con Bluedusk, una canzone d’amore che si snoda lentamente su arpe cinematografiche e un clarinetto basso. Il culmine è rappresentato dal momento in cui Fraser canta “loove, looooove, looove” nel registro più alto. Apples è una meditazione sulla quiete che cresce lentamente nell’arco di sette minuti e diventa la migliore performance vocale dell’EP quando Fraser costruisce strati vocali per creare un coro. Il disco si chiude con Make Lovely the Day, una poesia d’amore quasi shakespeariana accompagnata dalla chitarra flamenca di Hackett. È il brano più breve e il più diretto, frutto della voglia di Fraser e Reece di fare qualcosa di diverso.

Fraser e Reece hanno messo in piedi il progetto Sun’s Signature per mettersi alla prova. Facendolo, hanno esplorato un nuovo territorio senza perdere di vista il passato pionieristico della cantante. Ogni canzone sembra al tempo stesso familiare e nuova, ma d’altronde valutare il lavoro di Fraser è come valutare il meteo, dato che cambia con la stessa frequenza. I due hanno scritto buona parte di Sun’s Signature più di dieci anni fa per il ritorno di Fraser sul palco del Meltdown Festival curato da Anohni. In quell’occasione hanno presentato il doppio delle canzoni contenute nell’EP. Si spera insomma che ci saranno altre occasioni per sentire il canto alieno di Elizabeth Fraser.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

Altre notizie su:  Elizabeth Fraser Sun's Signature