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‘Domino’ è un classico film alla De Palma, ma sotto steroidi

Nonostante Jaime Lannister di 'Game of Thrones' e una montagna di citazioni al cinema di Hitchcock, l'ultima opera del regista di 'Blow Out' e 'Carrie' è un thriller insipido, irregolare e ispirato solo a tratti

Nikolaj Coster-Waldau in 'Domino'

Foto: Saban Films

Non devi strizzare gli occhi per vedere Brian De Palma in Domino. Non letteralmente, intendiamoci… di solito non porta il suo feticismo per Hitchcock tanto all’estremo da renderlo un cameo costante. Ma Hitchcock è nel minaccioso zoom-in su una pistola che un poliziotto di Copenhagen di nome Christian (Nikolaj Coster-Waldau di Game of Thrones) ha lasciato su una sedia nel suo appartamento. È nella sequenza in cui Christian è aggrappato alla grondaia di un edificio altissimo, mentre insegue l’uomo che ha attaccato il suo partner – un riferimento a caratteri cubitali a Vertigo. C’è ogni volta che la musica di Pino Donaggio evoca il fantasma di Bernard Hermann, mentre le telecamere strisciano lentamente dietro gli angoli, oppure quando, in una manovra che culmina in un incidente d’auto al rallentatore in stile Carrie, il compositore intelligentemente improvvisa il Bolero di Ravel. E c’è sicuramente ogni volta che qualcuno viene visto attraverso una finestra lontana o tramite un binocolo, come se venisse spiato, o attraverso filmati di sorveglianza e schermi di smartphone. Nessun altro regista americano ha trasformato l’arte dell’osservazione a doppio senso in un’ossessione cinematica.

In altre parole: sì, questo thriller su poliziotti danesi che inseguono i terroristi dell’ISIS attraverso due paesi europei è in realtà un classico di De Palma. Incasinato, irregolare, pesante, talvolta ispirato, spesso insipido, stilisticamente sotto steroidi, ma che si rispecchia la descrizione e mantiene quello che promette. Lo stesso De Palma si è speso parecchio per distanziarsi da un progetto che chiaramente è stato messo insieme con la minima spesa, nonostante la quantità di denaro nell’ombra dietro le quinte; sbattere “dal regista di Mission: Impossible e Scarface” nel trailer sarà anche tecnicamente corretto, ma suona come una pubblicità falsa. Qualunque interesse abbia il settantatreenne “Maestro del Macabro” in questo lavoro su commissione, non ruota intorno al copione di Petter Skavlan o alla narrativa tradizionale sulle spie. Come acchiappa-pubblico Domino non funzionerà mai, a guardarlo invece come un gioco autocitazionista, questo master in depalmismo è una bomba.

La trama: Christian insegue un fuggitivo, Imran (Eriq Ebouney), scappato da una scena del crimine lasciandosi un cadavere alle spalle. Il cadavere è di un droghiere che fungeva da intermediario tra jihadisti e trafficanti di armi con tanto di pistole, esplosivi e scatole di pomodori in casa. L’assassino ha una ragione personale per quello che ha fatto. La C.I.A., nella persona di Guy Pearce che vortica un accento del Sud in bocca come un raffinato Cabernet, ha un interesse per Imran come potenziale collegamento con le cellule ISIS. I terroristi che tutti cercano, nel frattempo, hanno i loro piani.

Chi si sente orfano di Game of Thrones sarà entusiasta di vedere Carice van Houten, a.k.a la strega dello show Melisandre, che interpreta il detective partner di Coster-Waldau con un serissimo broncio. I fan dei film danesi gioiranno nel ritrovare Søren Malling (A Hijacking, Borgen) e Paprika Steen (The Celebration), anche se non hanno molto da fare. Gli amanti della Spagna saranno felici di vedere l’azione trasferirsi lì. Perché no?

I fan sfegatati di De Palma … beh, probabilmente rimarranno delusi, o considereranno il film un’altra prova che l’artista che ha scritto e diretto Blow Out, nel corso degli ultimi dieci anni, si è esaurito. C’è una stanchezza trascinata nel racconto di Domino; sembra di sentire l’uomo dietro la macchina da presa sospirare ogni volta che deve concentrarsi su persone mentre dicono cose o esprimono emozioni. Meglio fargli mettere in scena momenti spettacolari come massacri sul red carpet in diretta streaming e parzialmente girati per assomigliare a uno sparatutto in prima persona: una specie di sequenza trash, al limite dell’offensivo, meta-exploitation che sembra una specifica inclinazione registica. O la grande resa dei conti a una corrida, che coinvolge un drone-bomba – una telecamera killer, per chi tiene il conto – e una serie di azioni alla Rube Goldberg che finiscono in un gore creativo. (Nota per il cattivo spendibile: se si tratta di Brian, stai morendo nel modo più barbaro).

Oppure, in un mondo perfetto, lasci semplicemente che De Palma realizzi un film che sia degno della sua penultima sequenza, in cui le pistole sparano e la vendetta è servita e tutto si fonde in questa sorta di delirante lancio vintage. Quel momento è, ovviamente, seguito da una coda assurdamente stucchevole che suona come migliaia di graffi su un disco. In sintesi, Domino è questo. Proprio quando si cerca di ignorarlo, una spaccatura di suoni e visione fa capolino tra gli scarti da dvd. E quando inizi a pensare che qualcuno stia rispolverando qualche vecchio incantesimo, l’intera faccenda si rovescia. E precipita ancora di più.