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DJ Shadow, ‘Our Pathetic Age’ è il suono di una società vicina al collasso

Nel suo ultimo album, Josh Davis guarda al passato e, allo stesso tempo, proietta il suo suono nel futuro con la complicità di Nas, De La Soul, Fantastic Negrito e membri del Wu-Tang Clan

DJ Shadow

Foto: Derick Daily

Gli ultimi tre anni sono stati cupi, inquietanti e non troppo divertenti, con giusto qualche occasionale lampo di luce. Forse è una coincidenza, ma lo stesso vale per Our Pathetic Age, il primo album di DJ Shadow dopo l’elezione di Trump nel 2016. La sua musica non è mai stata esplicitamente politica, ma raramente abbiamo ascoltato un disco di elettronica così legato all’attualità, non importa quanto questo collegamento sia intenzionale.

Dai tempi della prima corsa all’oro dell’EDM di fine anni ’90 – prima che la definizione esistesse, ovviamente – molti grandi DJ dell’epoca hanno faticato a reinventarsi e portare la loro musica su un altro livello, soprattutto mentre l’elettronica e l’hip hop cambiavano volto. L’album di DJ Shadow del 1996, Entroducing…, era un capolavoro da turntabling, ma come Moby, i Chemical Brothers e altri fratelli del beatmaking, l’artista che gli amici chiamano Josh Davis ha faticato a replicare il suo successo maggiore. Negli ultimi anni, Shadow ha pubblicato un album libero da definizioni di genere (The Less You Know, the Better, del 2011), arricchito da collaboratori sconosciuti che sembravano scelti dopo una passeggiata al Coachella, seguito da The Mountains Will Fall (2016), che riduceva l’eclettismo del precedente e aveva più energia di qualunque disco di Shadow pubblicato dopo Entroducing.

Our Pathetic Age è un’altra svolta, un album intenzionalmente bipolare. La prima metà è dedicata alla più grossa fetta di musica originale mai pubblicata da Shadow, musica che arriva insieme a molte sorprese deliziose. Costruita intorno a un semplice pianoforte che poi si evolve in una piccola esplosione orchestrale, Firestorm sembra stranamente tradizionale – quasi una Chariots of Fire contemporanea – ma apre nuovi orizzonti musicali. Tutta la “suite strumentale” che occupa la prima metà dell’album è dominata da brani oscuri, nervosi e rumorosi in stile anni ’80. Beauty, Power, Motion, Life, Work, Chaos, Law scivola su sintetizzatori farfuglianti e suona come se fosse a un passo dal collasso: è musica new age per tempi oscuri.

La seconda metà dell’album tiene insieme un’altra mezza dozzina di tracce, quasi tutte frutto di un’alleanza con artisti hip hop. Le collaborazioni spaziano dalla vecchia scuola (Nas, membri del Wu-Tang Clan) fino ai relativamente nuovi arrivati Stro e Wiki. Non tutti i brani colpiscono al primo ascolto, ma la “suite cantata” è comunque coesa, e i brani più potenti fanno sì che i collaboratori si esprimano a livelli ben più alti delle loro ultime uscite. Ritmi gommosi accendono l’eccitante Rocket Fuel, con i De La Soul, e Drone Warfare, in cui Nas duetta con un altro rapper della vecchia scuola di New York, Pharoahe Monch, si trasforma in un’opera d’arte da giradischi che ricorda i giorni di gloria del movimento musicale nato due decenni fa. Il maestro dell’R&B Fantastic Negrito e l’MC/produttore Jumbo is Dr.ama sono al centro di Dark Side of the Heart, che mette insieme hip hop e R&B e li fa cuocere a fuoco lento.

Anche nei passaggi più sdolcinati – come la title track, in cui Sam Herring dei Future Islands si abbandona a un pop felpato –, nella “suite cantata” Our Pathetic Age resta agitato e funereo, quasi desolato. Una delle scoperte dell’attività di crate digging è il triste ritornello di Rain or Snow della cantante pop anni ’60 Samantha Jones. Prendetelo come un segno dei tempi: non è la vita che imita l’arte, è il contrario.

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