Home Recensioni

Dimartino ci sa fare, eccome

Il cantautore siciliano torna con "Afrodite" e lo fa con tutte le intenzioni di occupare uno spazio di rilievo tra le uscite italiane di quest’anno

Foto di Michela Forte

Foto di Michela Forte

Dimartino ci sa fare. Lo sapevamo già, ma Afrodite è una bellissima conferma. Il cantautore siciliano torna dopo quasi quattro anni dall’ultimo disco di inediti e lo fa con tutte le intenzioni di occupare uno spazio di rilievo tra le uscite italiane di quest’anno, consapevole che per riuscirci era necessario aggiustare leggermente il tiro su alcune scelte stilistiche e ammiccare un pelo di più alle sonorità che oggi vanno per la maggiore.

C’è un meme con il commissario UNESCO Lino Banfi e il vice-premier Luigi Di Maio, in cui stranamente il meme non sta nei ruoli ricoperti dai personaggi in questione, ma dallo slogan che aleggia alle loro spalle, che da un certa prospettiva diventa «nessuno resterà più indie», un cambiamento in atto già da tempo nella scena italiana, a cui anche Dimartino si è adeguato, a partire dal look più informale e vagamente fricchettone.

È evidente più che in passato l’inserimento di particelle di canzone italiana anni Settanta che si mischiano a quelle di frenchpop e si notano soprattutto in Giorni buoni, Cuoreintero e Liberarci dal male dove spiccano Battisti e Dalla su tutti, seppure con grande rispetto e che ricordano anche il contemporaneo Andrea Laszlo De Simone – uno dei tentativi più riusciti degli ultimi anni in questo senso – che ci porta anche a riconoscere elementi di TheGiornalisti sullo sfondo. In questa ottica è più che saggia la scelta di collaborare con Matteo Cantaluppi, una garanzia se si vuole produrre un disco itpop orecchiabile e che regga gli urti anche nei passaggi più deboli, inevitabili nell’arco di dieci tracce.

Il vento soffia in questa direzione e Dimartino lo sfrutta mettendoci tantissimo del suo, a partire dalla voce, un marchio di fabbrica sin dai tempi dei Famelika, una dote che è diventata sempre più rara per i cantanti che però, guarda un po’, sarebbe gradito se sapessero cantare. Poi entrano in gioco i fattori magici, dosati e assemblati con grande intelligenza: la commistione di riferimenti alla vita quotidiana e esperienze personali, che siano i temporali estivi o le sale bingo, la vita di provincia dove il rock’n’roll non è mai arrivato, figure femminili mitologiche che ascoltano i Pixies o tornano da un rave, in una Palermo contemporanea che è sia mitteleuropea che popolare, raccontata nella neomelodica e latineggiante La luna e il bingo. Tutto sarebbe stato vano senza i ritornelli fatti come si deve e che arrivano, riuscitissimi, in Ci diamo un bacio – forse il pezzo più bello del disco – o Pesce d’aprile, nella quale ci si chiede «hai mai paura di non lasciare il segno?», un timore che si diffonde proporzionalmente a quanto diventa ogni giorno più superfluo, visto che al giorno d’oggi niente lascia davvero più il segno, ma che probabilmente ha stimolato Dimartino a mettersi di nuovo in gioco e il risultato è ottimo.

Altre notizie su:  Antonio Dimartino