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‘Dick Johnson è morto’ è un capolavoro che celebra la vita

Il film della documentarista Kirsten Johnson immagina le ‘morti’ di suo padre, gravemente malato. Ed esorcizza (comicamente) le paure di noi esseri mortali

Dick Johnson, il padre dell’autrice e il protagonista del film

Foto: Netflix

Il titolo del nuovo, straordinario documentario di Kirsten Johnson, Dick Johnson è morto, non è una vera affermazione. O almeno non ancora. Dick Johnson, l’adorato padre dell’autrice, non è morto. Nonostante ciò, questo film (disponibile su Netflix) insieme commovente e provocatorio lo fa morire davanti ai nostri occhi tantissime volte, una, due, tre… fino a perdere il conto. Una caduta dalle scale. Un condizionatore che gli casca in testa. Un’asse presa in piena faccia. Un’altra caduta, stavolta però passeggiando sul marciapiedi. Ci sono sangue, arti spezzati e il rumore sordo che fa un corpo quando viene schiacciato da un blocco di cemento. Eppure, ci sono anche un sacco di risate.

Nella vita reale, l’anziano signor Johnson sta morendo per cause naturali: soffre di demenza senile. Perciò queste finte morti, messe in scena da padre e figlia insieme, sono incubi sì immaginari, ma su ciò che potrebbe accadergli per davvero. Sono gag, certamente. Ma Dick ha già iniziato davvero a collezionare una serie di esperienze non così lontane da quelle che vediamo accadere sullo schermo. Per esempio, si è ritrovato a guidare la sua automobile dentro un cantiere ed è tornato a casa percorrendo chilometri di strada con le gomme a terra. Le morti messe in scena nel film sono incidenti bizzarri, come le vecchie comiche del cinema muto o le scenette di un cartone animato. Guardare queste morti continuamente coreografate e poi resettate è come assistere a un’avventura senza fine di Willy il Coyote e Beep Beep.

L’idea di Kirsten Johnson è già di suo sorprendente. Ed è altrettanto facile pensare che, da una trovata così brillante, ne uscirà un film al contempo toccante e divertente. Ma questo documentario è ancora più insolito. Si distingue da tutto ciò che abbiamo visto finora in parte perché l’autrice – una documentarista abituata non solo a vedere le vite al di là della macchina da presa, ma anche a vivere le stesse cose che racconta – ha messo al centro del suo racconto tutta l’artificiosità del fare cinema, col preciso intento di fotografare il mistero che c’è dietro l’imminente morte di suo padre. Ma ha anche scelto di realizzare quasi il “making of” del vero film a cui lei e suo padre stanno partecipando, quello che una volta sarebbe finito nei contenuti extra del DVD. Ma sono proprio quegli extra quel che a Johnson preme raccontare di più: tutti i momenti con gli operatori, gli stuntmen, i truccatori con le loro bottiglie di sangue finto. Perché quelle sono le persone che fanno parte della sua vita, proprio come è una persona che fa parte della sua vita la “star” del film. Al di là della consapevolezza del fatto che Dick Johnson è morto sia un oggetto meta-linguistico, il soggetto stesso del documentario è qualcosa di completamente inedito, anche rispetto a opere simili. Di personaggi come Dick – psichiatra in pensione, amante del fudge al cioccolato, padre, vedovo, burlone – c’è solo Dick. La sua complicità nei confronti di questo strambo progetto è la prova principale del suo umorismo fuori dal comune, ma anche del suo approccio alla morte, che sa benissimo arriverà presto.

Ma quel che davvero turba e al tempo stesso intenerisce è la naturalezza con cui sia lui sia il film si relazionano al tema affrontato, anche se Dick non è del tutto pacificato con l’idea di dover prima o poi soccombere alla sua condizione di mortale. La figlia lo pone di fronte alle sue insicurezze: per esempio, l’eterna vergogna che prova per i suoi piedi deformi; ma anche la consapevolezza che la sua memoria sta a poco a poco svanendo. Il tono del film è così contagiosamente leggero, quantomeno all’apparenza, che solo un pastore protestante – un uomo abituato da sempre a confrontarsi con il tema della morte di fronte ai suoi fedeli – a un certo punto ha il coraggio di dire: questa cosa che state facendo non ha senso! Per la precisione, il sacerdote dice «Non sono d’accordo voi», mentre piange recitando il sermone che ha scritto per il finto funerale del protagonista. «Ma continuo a ripetermi che questo è un film», aggiunge. «E nei film vedi succedere un sacco di cose che in realtà non accadono».

La morte di Dick in realtà avverrà, e il fatto che l’uomo e sua figlia vogliano mitigarne il peso non cambia di una virgola il suo destino. Il ritratto del padre che ne fa la figlia non vuole semplificare le cose, né passare per un cosiddetto “feelgood movie”. Anche se Dick è il principale complice degli sketch messi in scena, ciò non vuol dire che ne esca come un uomo risolto o libero dalle preoccupazioni. È un essere umano come tutti noi. Di documentari che s’innamorano del loro personaggio principale ce ne sono moltissimi. Ma i documentari che di quel personaggio riescono a fare innamorare anche gli spettatori sono invece molto rari.

Ma non può essere tutto leggero o scherzoso. L’ineluttabilità della morte di Dick è una presenza costante, nonostante tutte le battute e le gag. In una scena, lui e Kirsten svuotano il suo vecchio studio da psichiatra, e cambiano il messaggio registrato nella sua segreteria telefonica, invitando i pazienti a chiamare un altro medico. Dick solleva uno scatolone pieno di libri. Kirsten, da dietro la cinepresa, osserva che sarebbe la situazione ideale per un infarto. Stavolta però non è una paura immaginaria: il padre ha avuto davvero un attacco cardiaco nel 1987, per colpa di un (doppio) fudge al cioccolato cucinato da un’amica.

Gran parte della forza di questo film sta nel modo in cui viene reso visivamente sontuoso e comicamente catartico ogni incidente in cui inciampa (letteralmente) il protagonista. Anche una piccola caduta ha un significato profondo, in un contesto così doloroso. La madre di Kirsten una volta era caduta dalle scale, rompendosi l’anca. «È lì che son cominciate le cose brutte», dice Dick. (Sua moglie morì di Alzheimer nel 2007.) Quindi, in una sorta di sorprendente remake, lui stesso cade dalle scale e “muore”. Si può mettere a confronto questa scena con la lunga sequenza di Dick a bordo di un’auto, quando si trasferisce con sua figlia a Manhattan. Inizia con lui che canta la canzoncina di Braccio di Ferro e finisce col suo volto perso nei suoi pensieri, in quella dissolvenza cognitiva di cui – come ci informa la voce fuori campo della regista – è sempre più spesso vittima.

Persino questo momento, e la sua semplice registrazione, fa parte di un quadro più ampio, che non riguarda solo la malattia, ma anche ciò in cui Dick crede. I Johnson sono una famiglia di avventisti del settimo giorno, credono che ai virtuosi sarà concesso il paradiso. Credono anche che il paradiso sia strettamente legato al concetto di resurrezione. In un certo senso, la resurrezione è ciò che Dick sperimenta ogni giorno, quando muore per poi tornare in vita. A pensarci bene, questa è una chiave di lettura molto arguta, oltre che provocatoria. E forse non è così sbagliata l’idea che Kirsten ha del paradiso così come viene allestito nel suo film: un luogo giocoso in cui sedersi a tavola accanto a divi del cinema come Buster Keaton e Bruce Lee. Il film di Johnson gioca con la possibilità che l’immagine cinematografica possa riportare in vita quello che non c’è più: il potere dei fotogrammi può trattenere la vita di una persona qualunque tanto quanto quelle – spesso solo immaginate – delle grandi star. Le persone comuni, tuttavia, non vivono dentro lo sfarzo dei film di Hollywood. Il loro genere di appartenenza è molto più intimo ed effimero, molto più prezioso anche se può essere facilmente perduto: il filmino casalingo. L’intenzione che sembra guidare questo documentario non è tanto la voglia di Kirsten di confezionare macabri giochetti con suo padre, anche se proprio questa ingegnosa trovata rende trasparente e commovente il rapporto tra padre e figlia. Il film sembra più che altro la scusa, da parte di Johnson, di mettere a contatto il suo lavoro da cineasta con la sua esperienza di figlia di un uomo la cui esistenza è molto più vitale e interessante di quella che può scaturire da una gag.

Una delle tante “morti” di Dick Johnson. Foto: Netflix

A poco a poco, Dick Johnson è morto si rivela, in maniera molto sottile, anche un film sulla madre dell’autrice. I filmati rimasti della donna scomparsa ci mostrano l’immagine di lei ormai in declino. Le immagini della madre di Johnson sono pochissime, rispetto a quelle del padre che mangia fudge, ride con degli estranei o si rilassa sul set. Ma quei pochi momenti hanno un significato ancora più profondo per chi li guarda adesso: ovvero, per i sopravvissuti. Perciò si può vedere Dick Johnson è morto anche come se fosse il tentativo, da parte dell’autrice, di correggere quell’assenza. Di preservare l’immagine di suo padre adesso che è ancora in vita, prima che anche lui – come era successo con sua madre – finisca per non riconoscerla più. È questo a motivare i tanti “filmini casalinghi” disseminati nel film, e che rendono il film quasi un lungo filmino casalingo a sua volta. Quei momenti non hanno tanto a che fare con le storie che coloro che riprendono vogliono raccontare, ma con le vite e gli attimi rubati – consapevolmente oppure per caso – a coloro che vengono ripresi. Sono un archivio della nostra vita di tutti i giorni, piccole opere non certo pensate per un grande pubblico, ma per una platea molto ristretta. E non è proprio questo a renderli così angoscianti, così disarmanti?

Questi istanti angoscianti, disarmanti ed effimeri sono – e lo sa bene chi ha visto il film precedente della regista, Cameraperson (2016) – ciò in cui principalmente risiede l’interesse di questa documentarista. Johnson aveva già una lunga carriera da direttore della fotografia alle spalle quando ha girato quel film, interamente composto da materiale inedito sul suo lavoro sul set e confezionato come un’improvvisazione sperimentale su tutto quello che le immagini possono o non possono contenere. La peculiarità di Johnson, il suo vero tocco di genio, sta nel prendere quei dettagli marginali e farli diventare arte. Quando suo padre le chiede perché ha deciso di girare documentari e non film di finzione, «dove ci sono i soldi veri», lei risponde: «La vita reale è spesso molto più affascinante delle storie che ti puoi inventare». E Dick Johnson è morto ci mostra proprio la vita reale, che è insieme allegra, dolorosa, giocosa, sconveniente. Questo film è un atto di protezione e difesa delle cose che ci sono care. È un infinito atto d’amore. «Per quanto stia cercando in tutti i modi di ucciderti», dice la figlia al padre, «non sto cercando di liberarmi di te». Dick Johnson è morto ne è la prova.

Da Rolling Stone USA

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