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Di ‘Lightyear’ non c’era alcun bisogno, ma non possiamo volergli male

La origin story sull’eroe-giocattolo non va verso l’infinito, e tantomeno oltre. Ma per essere un prodotto che punta solo agli incassi (e al merchandising) poteva andare peggio

Buzz Lightyear con il gatto-robot Sox

Foto: Disney/Pixar

È l’eroe buono di cuore, spesso un po’ fessacchiotto, che costituiva una delle due metà del mitico duo del Pixar n. 1, Toy Story. L’agente spaziale dal mento squadrato. L’inarrestabile uomo (ehm, giocattolo) in missione per liberare la galassia dal malvagio Imperatore Zurg. Il suo nome è Buzz Lightyear, strenuo difensore della morale e dell’odontoiatria nell’universo, e grazie all’alchimia con il suo socio di nome Woody, questo celebre (e molto “commercializzabile”) eroe di plastica è diventato una superstar interplanetaria. Come brand ambassador, è più riconoscibile e affidabile della lampada animata del logo Pixar, ed è quasi un Pinocchio al contrario: una action figure ispirata a un personaggio cinematografico di finzione che si trasforma in un personaggio da film così amato da diventare una vera action figure nella vita reale. Fino all’ultimo copyright… e oltre!

Ma, ad eccezione dei capoccia della Disney e di qualche visionario disperato, è difficile immaginare chiunque reclamare a gran voce una origin story di Buzz per il grande schermo. Ed è parimenti strano che una società come la Pixar abbia voluto dedicare anima, tempo e risorse a uno spin-off come questo invece che ai tanti progetti più “personali” sempre in fase di sviluppo. L’unica motivazione è che un film sull’astronauta-giocattolo è una fonte di guadagni piuttosto sicura. Quando c’è stato il primo annuncio del film, insieme alla notizia che Chris Evans avrebbe dato la voce in lingua originale a “una versione più giovane” (?) di Buzz, si poteva quasi sentire il suono che fanno i coltelli quando vengono affilati.

Per fortuna, Lightyear – La vera storia di Buzz, ora nelle sale, ha preso una direzione diversa. Tramite un cartello iniziale, veniamo a sapere che molto tempo fa, nell’anno 1995 d.C., un ragazzino di nome Andy Davis andò a vedere un film su un agente spaziale. Gasato da quelle due ore trascorse a guardare quelle ombre su uno schermo, ha quindi comprato una action figure ispirata al protagonista del film. Questo, ci viene detto, è proprio quel film. Stiamo dunque per vedere lo stesso blockbuster sci-fi di metà anni ’90 che ha generato l’ossessione di Andy per Buzz. Tutto chiaro!

È un pretesto high-concept, come si dice in gergo odierno, che dura meno di Mr. e Mrs. Potato durante un terremoto, e che suona come un mero pretesto. Si capisce infatti da subito che siamo di fronte a un prodotto puramente aziendale, a una sorta di esercizio interno che riprende i lavori sepolti negli archivi della società per fare nuovi soldi. Continui a chiederti se questa operazione avrebbe potuto avere più anima, anche se tutto scorre in modo piuttosto spedito e spassoso. Il risultato è un titolo sopra la media dei film Disney che ormai sembrano fatti tanto per, ma troppo esile e freddo per sembrare una vera e propria produzione Pixar.

Quanto a Buzz, è il solito tipo arrogante e compassato che ben conosciamo, e ha sempre quel vizio di monologare in stile Capitan Kirk senza che ci sia un apparente motivo per farlo; nemmeno i suoi colleghi capiscono perché, ogni due per tre, debba declamare le sue osservazioni melodrammatiche (“Stai ancora cominciando a fare il narratore!”, gli viene detto a un certo punto, quando inizia a parlare dentro il suo registratore da polso. “Mi aiuta a concentrarmi”, replica lui). Per colpa della sua supponenza, Buzz e un gruppo di compagni astronauti si ritrovano dispersi su un’isola popolata da bestie piene di tentacoli. Costruiscono un campo base, con la speranza che Lightyear riesca a capire come riparare un vetro danneggiato che consentirebbe a tutti loro di ripartire. La sua comandante/migliore amica Alisha (in originale doppiata da Uzo Aduba, ndt) autorizza un test di volo di quattro minuti attorno all’orbita del pianeta, così da capire se si può effettuare un salto nell’iperspazio. Quando Buzz ritorna, sul pianeta sono passati però quattro anni, tre mesi e due giorni. La colonia in cui si erano insediati sembra molto più sedentaria e non provvisoria come al principio. Col suo fare impassibile, Buzz continua a provare il suo piano di fuga. E ogni volta che fa ritorno sul pianeta, il tempo è andato avanti ancora un po’, sempre più verso il futuro…

Queste sequenze sono l’evidente prova che la Pixar è parte di questa impresa. Il regista Angus MacLane – un veterano dell’animazione che collabora con la casa di produzione dai tempi del corto Il gioco di Geri del 1997 – e i suoi co-sceneggiatori Matthew Aldrich (Coco) e Jason Headley (Onward – Oltre la magia) si preoccupano della parte emotiva della storia, regalando una versione più leggera dell’inizio strappalacrime di Up nel racconto di come è cambiata la vita sul pianeta negli anni in cui Buzz è stato assente. Ed è dopo un altro – stavolta non autorizzato, ma riuscito – test di volo che il nostro eroe fa per l’ennesima volta ritorno sul pianeta, e stavolta trova la colonia messa sotto attacco da un manipolo di robot assassini. L’unico aiuto su cui può contare per salvare i suoi compagni di viaggio arriva da parte di un gruppo di falliti capeggiato da una giovane donna di nome Izzy (Keke Palmer). Il fatto che sia la nipote di Alisha non fa che aumentare l’urgenza della missione di Buzz. (Parentesi: Alisha ha una moglie da molto tempo; che nel Buzziverse abbiano fatto il loro ingresso i matrimoni dello stesso sesso è un’ottima notizia, anche se non appoggiata da tutti.)

Alisha è tra i compagni di viaggio di Buzz Lightyear. Foto: Disney/Pixar

Dietro l’attacco dei robot potrebbe esserci una arcinemesi di Buzz, in cerca del nostro eroe da molto tempo. Ed è a questo punto che Lightyear si trasforma in un film che non ha più un arco narrativo ma funziona solo scena per scena, inseguimento per inseguimento, gag per gag. I messaggi sono limitati ai soliti “L’unione fa la forza” e “Non puoi apprezzare il futuro se non lasci andare il passato”. Chris Evans fa un gran lavoro per non far perdere l’eredità di Tim Allen (che dava la voce al Buzz originale, ndt) e al contempo creare una sorta di parodia di sé stesso, cioè il Chris Divo Belloccio del Marvel Cinematic Universe. Taika Waititi doppia un buontempone che manda all’aria tutto ogni volta che il copione lo prevede: più che un personaggio vero e proprio, è una macchietta che serve all’attore e regista per sfogare la propria verve comica. Non vogliamo dire che sia coinvolto anche il Multiverso, ma non diciamo nemmeno che non giochi un ruolo anche in questo caso…

C’è anche un gatto-robot di nome Sox, che fa da spalla tenera e “bestiale” a Buzz. Doppiato con tempi comici perfetti dall’animatore Peter Sohn, Sox è il personaggio che, con i suoi awww e i suoi ahahah, ruba la scena in questo quasi-prequel, una creatura adorabile già pronta per un franchise a sé. Con tutta probabilità, vedremo Sox in un numero imprecisato di corti, e di sicuro stampato su moltissime T-shirt – e tazze, tappetini per il mouse, e ironicamente… calze (l’inglese per “calze” è “socks”, ndt).

A conti fatti, Lightyear è un giochetto sufficientemente veloce e sufficientemente divertente per tenere desta l’attenzione, ma non aggiunge nulla all’universo di Toy Story, né alle emozioni che ancora ci legano a questo guardiano della galassia “made in Pixar”. La cosa buona è che non vuole neanche lontanamente arrivare fino all’infinito, e tantomeno oltre. È un filmetto di un’ora e mezza che non rimpiangerete di aver passato – con una sosta in un Disney Store lungo la strada.

Da Rolling Stone USA

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