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Democratic Socialism Simulator è il gioco giusto per scegliere il prossimo Presidente USA

Con Democratic Socialism Simulator abbiamo vissuto nei panni del primo presidente socialista in USA: è stato bello finché è durato

Per la prima volta, gli USA avranno un Presidente come piace a noi.

Non c’è più molto tempo. Sento il rumore, inconfondibile, dei tacchi dei generali poco fuori dallo studio ovale. Stanno arrivando a prendermi. Avrei dovuto intuirlo, quando i vertici del Partito Democratico mi hanno suggerito di dimettermi e uscire di scena, che sarebbe finita così. Ma il mio obiettivo era troppo importante per mollare lì, in quel momento e in quella posizione, mentre avrei ancora potuto fare qualcosa. Ora però il tempo stringe ed è meglio partire dall’inizio per raccontarvi come sono arrivato fin qui.

Il primo Presidente socialista degli USA

Lo scenario su cui ho appena aperto uno squarcio grazie a Democratic Socialism Simulator, nuovo gioco degli italiani Molleindustria, è allo stesso tempo possibile e inimmaginabile: sono il primo presidente dichiaratamente socialista degli Stati Uniti d’America. Un’ipotesi che potrebbe davvero verificarsi se Bernie Sanders riuscisse a emergere dalle sabbie mobili in cui lo sta imprigionando il suo stesso partito arrivando a sfidare Trump a novembre. Un’eventualità sconvolgente fino a qualche anno fa, che oggi probabilmente accoglieremmo con lo stupore di un sopracciglio alzato: c’è una realtà pre-Trump e post-Trump, ormai. Nel mia realtà, però, ce l’ho fatta, e sono il Presidente USA con pieni poteri: un’esagerazione, questa, che Molleindustria riconosce come tale, ma necessaria al funzionamento del gioco, offrendomi subito la possibilità di abbandonare qualora la viva come troppo anti-democratica. Adoro questi ragazzi.

Tutte le figure politiche nel gioco sono efficacemente rappresentate da animali antropomorfi.

Quattro sesti del Congresso sono con me, lo stato delle finanze è buono, il potere del popolo ai minimi storici, l’inquinamento oltre ogni soglia: è il giorno dell’insediamento. Opto per un discorso moderato, che punti alla speranza, e una cerimonia umile. Ho bisogno di conservare le simpatie che mi hanno portato qui almeno fino alle elezioni di mid-term perché voglio evitare di ritrovarmi negli ultimi due anni di mandato con un Congresso in mano ai Repubblicani e le mani legate. Tradotto: devo stare molto attento a ciò che faccio con l’economia. Ora devo solo valutare se approvare o meno le proposte che arrivano dal mio comitato di consiglieri, dai sindacalisti, dagli ambientalisti, dai lobbysti e dai militari. Semplice: sì o no, come un colpo di swipe, con un occhio puntato sulle conseguenze della scelta in termini di supporto, ma anche di impatto sull’economia. Le prime iniziative sono per lo più simboliche: soldi ai democratici russi, abolizione del muslim ban e liberalizzazione controllata delle droghe leggere. La visita al Papa e gli auguri di buon natale mi servono a mantenere le simpatie centriste in vista di ciò che sto per fare: inaugurare il nuovo anno con un maggior controllo sulle armi e, soprattutto, la copertura sanitaria universale a spese pubbliche. Dopo il finanziamento agli istituti scolastici riservati alle minoranze il bilancio è in rosso, la FOX mi demonizza, altre riforme necessarie devono finire nel cassetto in attesa di tempi migliori, ma per la prima volta inizio davvero a credere che qualcosa possa cambiare.

Lo scenario rappresentato è mutevole e cambia a seconda delle decisioni prese, conducendo a molteplici finali.

Per arrivare alle elezioni di mid-term mi serve un’operazione simpatia: adotto un cane alla Casa Bianca e vado a giocare a golf. L’America mi ama di nuovo. Un po’ meno i multi-milionari costretti a pagare le tasse sulle loro proprietà per colpa della mia riforma fiscale che ha tappato i buchi della precedente, ma questo non è il momento di preoccuparsene (oh, quanto mi sbaglio!). Sono mesi di galleggiamento: la riforma della Corte Costituzionale che posso permettermi è parziale, mentre il bando della armi semi-automatiche e una tassa del 70% per i redditi oltre i 10 milioni di $ sono rimandati a tempi più propizi. Con mia sorpresa, invece, lo stop al muro col Messico e la cittadinanza agli immigrati senza documenti non spostano un voto e passano senza alcuna protesta.

The Time is Now

Uscito dalle elezioni di metà mandato con un controllo di cinque sesti del Congresso, decido che è il momento di cambiare marcia e andare in full socialism: salario minimo, dividendi tassati come reddito, slancio verso il solare… e stop. Le finanze si sono già esaurite, tanto che una manovra che ho particolarmente a cuore, quella del reddito universale, deve essere accantonata in attesa di un nuovo rilancio, che non avverrà mai Mi sento galleggiare. Lo studio ovale è diventato meta di pellegrinaggio da parte di chiunque abbia un interesse personale o di casta. Per lo meno i militari sono troppo quadrati per nascondere davvero le loro intenzioni: dietro ogni loro proposta, anche quella apparentemente accettabile ed eco friendly, si nasconde un tentativo di far saltare in aria il pianeta. Del rappresentate dell’America rurale invece potrò fidarmi? Avverto brutte vibrazioni e le elezioni sono alle porte, sento di dover fare qualcosa di significativo, di dover lasciare davvero un segno. La Pollution Tax, la tassa sull’inquinamento, è toccasana per le mie finanze e per le condizioni dell’aria di questo paese, ma ciò che mi porterà nei libri di storia è l’abolizione della pena di morte sull’intero territorio degli States. Ciò che mi porterà alla rovina, invece, è aver messo ancora una volta le mani nelle tasche dei ricchi.

Per procedere nel gioco è sufficiente scegliere una delle due risposte alla proposta visualizzata e spostare di conseguenza il cartoncino.

Four More Years! Four More Years!

Nonostante i risultati ottenuti nei quattro anni precedenti (un paese più sicuro, più alfabetizzato, in cui nessuno muore più in strada o in carcere, dove la giustizia sociale e fiscale è ai massimi storici e l’inquinamento ai minimi), mi ritrovo in carica per altri quattro anni, ma con un Congresso quasi spaccato in due. Punto a far passare subito, finché ho ancora una maggioranza, manovre che migliorino la vita dei poveri e la complichino ai ricchi, ma dura poco. La tassazione progressiva sulla ricchezza estrema e l’introduzione di cure dentarie e visive nel servizio sanitario nazionale (meglio che in Canada!) sono la goccia che fa traboccare il vaso. Il Congresso mi molla e persino Jackalin Magazine mi attacca per la mia politica economica spregiudicata: so che il mio tempo è giunto. La richiesta di dimissioni da parte dei vertici del mio partito sono il preludio a quel rumore di stivali e divise che sento avvicinarsi.

Le ottime musiche che accompagnano il gioco sono state realizzate da Jesse Stiles.

È finita, per l’ennesima volta. Già, perché quella raccontata qui sopra non è la mia prima esperienza con Democratic Socialism Simulator, ma solo una delle tante terminate sottobraccio a gente in divisa esattamente come (quasi) tutte le altre. Il che mi porta a due distinte considerazioni. La prima riguarda gli USA: non so se questo fosse l’intento di Molleindustria, ma ciò che emerge dalla loro simulazione è che il denaro è il primario motore politico del paese. Finché l’economia sta bene c’è spazio anche per le riforme sociali, ma ci sono tasti che non si possono toccare. La seconda riguarda invece me stesso: passata la boa dei 35 anni mi rendo conto di vivere ancora molto male qualunque tipo di compromesso. Forse sarà sbagliato, ma tutto ciò mi rende ancora incredibilmente orgoglioso di me stesso.

 

Produttore: Molleindustria

Distributore: Molleindustria

Lo puoi giocare su: PC, Mac, Android