St. Vincent, la recensione di 'Daddy's Home' | Rolling Stone Italia
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‘Daddy’s Home’ è il disco più onesto di St. Vincent

Accompagnata da musiche spudoratamente rétro, Annie Clark getta (un po') la maschera per parlare della relazione col padre e di se stessa. E se fosse il suo 'Low'?

St. Vincent

Foto: Zackery Michael

È una specie di resa dei conti quest’album febbrile e spudoratamente rétro. Mentre il padre scontava la pena di 12 anni di detenzione per il coinvolgimento in un raggiro da milioni di dollari, Annie Clark portava a compimento la trasformazione del suo alter ego artistico St. Vincent da cantante indie ad autoproclamata leader di una setta futuribile. Se il suo album precedente Masseduction deformava il nuovo status di celebrità della rocker in una sala degli specchi elettro-pop, il nuovo Daddy’s Home getta uno sguardo al passato ed esamina la relazione col padre – o il fatto di essere diventata lei stessa daddy, come ama dire – attraverso lo stile funky di Sly Stone, Pink Floyd e altri artisti anni ’70.

Fa un po’ Duca Bianco, specie sapendo della passione di Clark per David Bowie. E per di più, la pubblicazione del disco è accompagnata da un piccolo scandalo. Ma Daddy’s Home non è lo Young Americans o lo Station to Station di St. Vincent. Al limite è il suo Low: un disco della disintossicazione lontano dai riflettori e da dichiarazioni roboanti, ma comunque dotato di un grande senso d’urgenza. «Dopo la fine dell’idealismo hippie e prima della disco», così Clark descrive l’epoca a cui si è ispirata nel produrre il disco. «Ci sono delle analogie col periodo in cui viviamo, questo tempo tremendo in cui siamo indecisi sul da fare».

Nei momenti migliori, Daddy’s Home trasforma queste contraddizioni in musica. L’interpretazione vocale di Clark e i synth deliziosamente spigolosi fanno di Pay Your Way in Pain uno dei migliori brani d’apertura dell’anno. Altrove, la musicista trascende la sua nota abilità chitarristica con assoli di sitar e parti di lap steel, il tutto rafforzato dai cori gospel di Lynne Fiddmont e Kenya Hathaway (figlia del compianto Donny Hathaway). E tutto quanto torna in Down, la canzone pop perfetta.

Dietro ci sarà pure un concept, ma i testi dell’album non si discostano granché dai temi tipici di St. Vincent. Nella title track racconta di quando faceva autografi nella sala visite del carcere in cui era rinchiuso il padre, ma in realtà sta parlando anche di dipendenza (vedi Pills da Masseduction), del prezzo della fama, di puritanesimo religioso, di come si può cadere in disgrazia nella metro di Manhattan. Tutti argomenti cari a Clark, il che non è un gran problema fino a quando la cosa non intacca la musica – si vedano la sdolcinata The Laughing Man oppure Candy Darling, che sembra un’appendice poco naturale piazzata alla fine del disco.

È un peccato perché Candy Darling è preceduta dalla vera rivelazione del disco. In My Baby Wants a Baby Clark si chiede come possa mettere su famiglia chi vuole “suonare la chitarra tutto il giorno” e “mangiare roba cotta al microonde”. Una prima risposta arriva in At the Holiday Party dove si mette in scena un intervento per una persona con “una farmacia” nella borsa. “Fai finta di desiderare queste cose in modo che nessuno capisca che non stai ottenendo ciò di cui hai veramente bisogno”, canta Clark con spirito compassionevole. “Ma da me non ti puoi nascondere”.

A dispetto della promozione aggressiva che ha anticipato la pubblicazione dell’album e della piccola provocazione circa la parola dandy contenuta del titolo, la canzone racconta il percorso fatto dalla cantante per diventare una caregiver. Non è il finale sporco e cattivo che uno s’aspetta, ma è forse la cosa più onesta detta finora da Annie Clark.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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