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‘Da 5 Bloods’, la lezione di storia (di ieri e di oggi) di Spike Lee è un capolavoro

È il primo film USA ad alto budget a raccontare il Vietnam attraverso gli occhi dei soldati neri. E nessuno poteva farlo meglio di Spike: è impossibile guardarlo senza sentire in ogni inquadratura il grido dell’ingiustizia razziale

Isiah Whitlock Jr., Norm Lewis, Clarke Peters, Delroy Lindo e Jonathan Majors in 'Da 5 Bloods – Come fratelli'

Foto: David Lee/Netflix

Spike Lee tocca un’altra vetta della sua carriera con questa nuova pietra miliare, la storia di quattro reduci afroamericani che, in piena era Trump, tornano in Vietnam a cercare il corpo del loro commilitone morto sul campo (e forse anche un po’ di quel che loro stessi erano una volta). Arrivato direttamente su Netflix, Da 5 Bloods – Come fratelli parla con urgenza al momento che stiamo vivendo. Lee non aveva idea che il film sarebbe uscito nel pieno della protesta che ha seguito l’uccisione di George Floyd, ma conosce molto bene la sensazione di soffocamento dei neri americani con un ginocchio premuto sul collo. La sacrosanta rabbia già espressa in Fa’ la cosa giusta, Malcolm X e BlacKkKlansman qui accresce la sua forza. Questa è una vera bomba a mano, ma è anche l’opera personale di un autore al massimo della sua ispirazione. Questo è un film di Spike Lee, ed è anche una lezione di storia di Spike Lee. Preparatevi dunque a prendere appunti.

Lee comincia la sua lezione con immagini d’archivio che sembrano prese dalle cronache di oggi. C’è Muhammad Ali che rifiuta di arruolarsi per andare ad ammazzare i Vietcong: «Loro non mi hanno mai chiamato negro. Non mi hanno mai linciato. Non mi hanno mai puntato i loro cani addosso». C’è Malcolm X che spiega cosa succede quando «prendi 20 milioni di neri e fai combattere loro tutte le tue guerre, fai raccogliere loro tutto il tuo cotone, senza mai dare loro niente in cambio». C’è Bobby Seale che mostra dati e immagini sui 186.000 afroamericani che hanno combattuto nella Guerra di Secessione e degli 850.000 neri arruolati per la Seconda guerra mondiale, con la promessa di una libertà che poi non arrivò mai: «E ora prepariamoci a combattere pure la Guerra del Vietnam, anche se finora non abbiamo avuto niente, se non la violenza di una polizia razzista». Alla fine, arrivano le parole di Kwame Toure, a rimbombare come un tuono: «L’America ha dichiarato guerra ai neri».

Il passato diventa il prologo in cui Lee fa a pezzi la scoraggiante eredità lasciata dal Vietnam. Il regista è giustamente irritato dal volto bianco che Hollywood ha sempre attribuito a quella guerra. Riadattando il copione di Danny Bilson e Paul De Meo, originariamente pensato per protagonisti bianchi e proposto ad Oliver Stone, Lee e il suo collaboratore Kevin Willmott fanno di tutto per smontare il mito bianco dell’eroismo bellico. I “fratelli” rimasti, come si chiamano tra loro questi quattro ex soldati neri, non sembrano di certo dei novelli John Wayne, quando s’incontrano in un hotel di Ho Chi Minh City per dare il via alla loro missione. Sono spassosi, rabbiosi, imperfetti. Paul, interpretato con intensità da Delroy Lindo, è addirittura un elettore di Trump; i suoi fratelli sono disgustati nel vedere il loro amico, peraltro afflitto da disturbo post-traumatico, con in testa il cappellino “Make America Great Again”. Paul è troppo orgoglioso per accettare l’aiuto economico di Eddie (Norm Lewis), proprietario di un concessionario d’auto che però nasconde l’imminente bancarotta. Ma il legame che questi uomini – tra cui ci sono anche Otis (Clarke Peters) e Melvin (Isiah Whitlock Jr.) – hanno tra loro è davvero un fatto di sangue. Il loro idolo è il vecchio comandante del team, caduto in guerra: lo vediamo nei flashback, interpretato dalla star di Black Panther Chadwick Boseman. Due parole su questi flashback: gli attori più maturi non sono stati ringiovaniti digitalmente alla maniera di The Irishman; Lee, se mai, lascia che siano proprio i contrasti a rivelare quanto sia il passato sia il presente li perseguiti allo stesso modo.

Con l’aiuto del lavoro del direttore della fotografia Newton Thomas Sigel (Bohemian Rhapsody) sui set ricostruiti in Vietnam e Thailandia e grazie alla suggestiva colonna sonora di Terence Blanchard (che si avvale anche dei contributi soul presi dall’album seminale di Marvin Gaye del 1971, What’s Going On), Lee allestisce la scena. «Essere di nuovo qui è agghiacciante», dice Eddie. È anche traumatico, e il film te lo fa sentire sulla pelle. Quando i fratelli si ritrovano in un club che si chiama ironicamente Apocalypse Now, le loro vecchie guide vietnamite – un tempo acerrimi nemici divisi tra Nord e Sud – offrono loro da bere, e propongono un tour tra le rovine di quella che loro chiamano “la guerra americana”. Le insegne delle catene di fast-food illuminano le strade, sancendo la vittoria definitiva del capitalismo. I fratelli fanno baldoria nel vano tentativo di lenire il loro dolore. Whitlock Jr. ci fa capire perfettamente come alcol, droghe e sesso non aiutino affatto il suo Melvin. E Peters, già bravissimo in The Wire, è ancora più sorprendente nei panni di Otis, un ex medico sempre provvisto di farmaci che vuole mostrare in tutti i modi la propria autorità. Otis rimane sotto choc quando ritrova la sua vecchia amante Tiên (​Lê Y Lan​) e scopre che ha avuto una figlia da lui. Applausi a Lee, che rivela anche la faccia vietnamita della medaglia, sempre lasciata in secondo piano (se non addirittura demonizzata) dal cinema mainstream. I fratelli ingaggiano dunque una guida vietnamita, Vinh Tran (il maestro di arti marziali Johnny Trí Nguyễn), la cui famiglia è stata distrutta dalla guerra. Vinh non capisce perché i quattro fratelli vogliono essere accompagnati nel profondo della giungla, ma non fa troppe domande.

Che cosa stanno nascondendo? I fratelli sono mossi da motivi più egoistici del semplice ritrovamento delle spoglie di Norman, a cui vogliono dare una giusta sepoltura? Vicino al luogo in cui è sepolto il loro comandante, come alcune foto satellitari hanno rivelato, c’è una cassa piena di lingotti d’oro, che lo Zio Sam usava per convincere le popolazioni indigene a combattere contro i Vietcong. Era stata di Norman l’idea di sotterrare quell’oro che apparteneva al Vietnam, e di riprenderselo più avanti «in nome di ogni soldato nero che avrebbe fatto ritorno a casa, e di tutti i fratelli e le sorelle strappati dalla nostra Madre Africa e venduti a Jamestown, Virginia, nel lontano 1619». Ed è stato sempre Norman a illustrare ai suoi fratelli la storia dei neri d’America. «È stato il nostro Malcolm e il nostro Martin», dice Otis, ricordando l’impatto che ha provocato sui giovani fratelli il racconto dell’assassinio del Dr. King nel 1968.

Foto: David Lee /Netflix

Mentre i fratelli si addentrano nella giungla – con al seguito il figlio di Paul, David (un magnifico J​onathan Majors), che cerca di tenere insieme il gruppo – ognuno di loro fa i conti con la propria coscienza. Useranno il tesoro come riparazione dei torti subiti dai neri, come voleva Norman, oppure per riempire le loro tasche con l’aiuto di Desroche (J​ean Reno)​, un losco contatto francese che può trasformare quei lingotti in banconote? Nessun pericolo incontrato lungo il cammino – inclusi serpenti, trappole, mine e un gruppo di ufficiali vietnamiti giunto a reclamare l’oro – può gareggiare con la battaglia che ciascuno combatte tra sé e sé. Paul, tormentato dalle allucinazioni e da un colpevole segreto, deciderà di procedere da solo, lasciando agli altri il compito di scegliere quale sia la cosa giusta da fare. Ma appunto: qual è la cosa giusta da fare?

Come Il tesoro della Sierra Madre di John Huston, Da 5 Bloods mostra perfettamente come l’avidità possa condurre a una lotta fratricida. Lo stravolgimento della storia da parte di Hollywood è una delle ossessioni di Lee. I fratelli discutono sui «fintissimi film di Rambo» e su «tutti quei figli di puttana che al cinema vogliono vincere la Guerra del Vietnam». Melvin dice che non vede l’ora di «vedere un film su un vero eroe» come Milton L. Olive III, il soldato di fanteria diciottenne che, per salvare altre vite, restò ucciso da una granata, diventando «il primo fratello della Guerra in Vietnam ad essere insignito della Medaglia d’onore». Ma nessuno ha fatto quel film, né quello su Crispus Attucks, la prima vittima della Guerra d’Indipendenza. Lee si era impantanato nel 2008 con Miracolo a Sant’Anna, dedicato al contributo (mai riconosciuto) dei soldati afroamericani durante la Seconda guerra mondiale. Ma qui, invece, il soggetto prescelto e lo sguardo adottato sono perfettamente a fuoco.

Incredibile ma vero, Da 5 Bloods è il primo film statunitense ad alto budget a raccontare la Guerra del Vietnam attraverso gli occhi dei soldati neri. E Lee è il pioniere migliore, in grado di portare lucidità e passione nel ritratto di questi fratelli-patrioti che scontarono perdite esagerate in un conflitto che non era il loro, per poi fare ritorno in un Paese che negò i loro diritti civili, lasciandoli alla deriva. È l’eterna parabola del sacrificio afroamericano a dare al film la sua forza travolgente e polemica. Lee aveva chiuso BlacKkKlansman con un epilogo sull’intolleranza che aveva portato agli scontri fatali di Charlottesville nel 2017. Non chiude questo con l’attuale indignazione sollevata dalla morte di Floyd a Minneapolis. Non ne ha bisogno. È impossibile guardare Da 5 Bloods senza sentire in ogni inquadratura il grido dell’ingiustizia razziale. Lee non ha fatto solo un film commovente per i tempi che stiamo vivendo. Ha fatto un’opera che resterà nella storia.

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