‘Cowboy Bebop’: la versione live action del classico dell’anime è già un cult | Rolling Stone Italia
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‘Cowboy Bebop’: la versione live action del classico dell’anime è già un cult

Non è facile adattare una serie d’animazione, soprattutto se è amatissima come in questo caso. Ma la versione Netflix della storia giapponese è un mix di fantascienza e comedy riuscitissimo. Anche visivamente

Daniella Pineda, John Cho e Mustafa Shakir in ‘Cowboy Bebop’

Foto: Nicola Dove/Netflix

Adattare una storia animata in una serie live action comporta un margine di rischio altissimo. Ci sono moltissime cose che puoi fare nel primo caso e che, se rese “fisicamente”, possono costituire enormi difficoltà. Non è solo una questione di stile: è soprattutto una questione di tono. Nell’animazione c’è una distanza, una sospensione dell’incredulità, che rende perfettamente logici concetti che invece nella realtà suonerebbero stranissimi. A volte gli adattamenti live action funzionano: il “George re della giungla” di Brendan Fraser è molto più cartoonesco della versione animata degli anni ’60. Più spesso, però, hai in cambio dei veri e propri disastri: vedi L’ultimo dominatore dell’aria di M. Night Shyamalan, che si è rivelato un totale flop su tutti i fronti.

Ho visto solo delle clip di Cowboy Bebop, la serie animata giapponese degli anni ’90 che introdusse un’intera generazione di spettatori occidentali al mondo dell’anime. Perciò non posso dire quanto i fan dell’originale troveranno fedele o convincente questo remake live action di Netflix (disponibile dal 19 novembre). Ma la nuova versione sembra davvero un progetto con le radici ben piantate nell’anime di partenza, e che ha davvero studiato e compreso il modo attraverso cui far funzionare le influenze dell’originale con attori in carne ed ossa e set concreti. Il risultato è travolgente.

La serie Netflix è stata sviluppata dal fumettista nonché “veterano” dell’universo televisivo e cinematografico Marvel Christopher Yost, affiancato dallo showrunner Andre Nemec e da molti membri del team dell’anime originale (tra cui il compositore Yōko Kanno). Cowboy Bebop è ambientata nel XXII secolo. La Terra non è più abitabile, perciò l’umanità si è spostata su vari pianeti del sistema solari, trasformati perché possano ricordare il mondo che hanno lasciato (la maggior parte dell’azione del primo episodio avviene nella colonia dell’asteroide New Tijuana). I nostri eroi sono cowboy o cacciatori di taglie che vagano per l’universo sulla loro navicella chiamata Bebop alla ricerca di criminali evasi. Il Bebop appartiene a Jet Black (Mustafa Shakir), un ex poliziotto con un braccio metallico che ha perso tutto quando è stato incastrato per i crimini di un collega. Il suo socio, Spike Spiegel (John Cho), è un ex assassino del Sindacato intergalattico. La coppia è aiutata (o molestata) dalla cowgirl Faye Valentine (Daniella Pineda), il cui passato è un mistero anche per lei stessa; e, di tanto in tanto, da Vicious (Alex Hassell), ex compagno di Sindacato di Spike ed ex amante di Julia (Elena Satine): è lui a raccogliere indizi sul fatto che l’uomo noto come “Fearless” potrebbe non essere affatto morto…

Tutto ciò si traduce in una miscela di ingredienti efficaci: la fantascienza si mescola al neo-noir, che a sua volta incontra la buddy comedy, il western, il kung fu e l’epica del gangster movie. La colonna sonora è infarcita di jazz – del resto Jet è un fan di Charlie Parker, come si evince dai dialoghi (*) – mentre la tecnologia è un mix tra il futuribile e il rétro, dalla classica comunicazione “a ologrammi” ai vecchi videoregistratori. Tutti questi pezzi combaciano perfettamente tra loro, ed è raro immaginare un’altra serie live action capace di miscelare elementi diversi così bene, e senza avere alle spalle del materiale in cui questo già avviene. (Visivamente, la fonte più vicina sembra il corto fanta-western Firefly di Joss Whedon.) Il team creativo (a cominciare dal regista Alex Garcia Lopez) fa apparire questa combinazione di ingredienti del tutto naturale.

(*) La serie è abbastanza autoironica da mostrare chiaramente quanto Faye si annoi tutte le volte in cui Jet inizia a monologare a proposito della sua musica preferita.

La palette visiva, invece, è un perfetto amalgama di elementi alti e bassi, dai moderni effetti speciali al green screen in stile Fifites, in un modo che sembra cool e primitivo al tempo stesso, così che sequenze apparentemente cheap hanno invece un’ottima resa sullo schermo. I costumi (vedi il bellissimo abito blu di Spike) e alcune inquadrature sono prese direttamente dall’anime, ma la serie non sembra mai una replica o un’imitazione da museo. Cowboy Bebop è un prodotto brillante e consapevole, sa benissimo qual è la sua natura e come raccontare una storia efficace.

Anzi, diverse storie. Che sono in parte prese dall’anime, in parte linee narrative più ampie come la storia del Sindacato, che resta sullo sfondo fino ad emergere nel finale della prima stagione. È sempre un sollievo vedere una serie pensata per lo streaming che punta in ciascun episodio su trame autonome invece di allungare il brodo narrativo, difetto purtroppo comune a moltissime produzioni Netflix. Il punto narrativamente più debole di Cowboy Bebop sono le storyline dei cacciatori di taglie, con Julia che si rivela una figura spesso un po’ noiosa e Vicious (a cui Hassell, nascosto da una parrucca bianca, regala una connotazione halloweenesca simile a quella del Witcher di Henry Cavill) ridotto spesso a mera caricatura (*), ma un flashback sul finire della stagione riesce a ricontestualizzare benissimo entrambi i personaggi.

(*) Questa serie sa essere molto violenta e “disinibita”. Fate attenzione a un gangster che si vede spesso e che è chiamato “l’Eunuco” perché castra le sue vittime; agli ecoterroristi la cui arma chimica trasforma le persone in alberi con un effetto visivamente disgustoso; e alla mistress sadomaso che si rifiuta di parlare con Spike e Jet perché “sono in ritardo per il mio bukkake di mezzanotte”.

Alex Hussell è Vicious. Foto: Nicola Dove/Netflix

Il merito principale della riuscita di Cowboy Bebop va dato all’alchimia tra Shakir, ovvero l’uomo tutto d’un pezzo responsabile ma frustrato, e Cho, che invece è la controparte cazzara e irrazionale. Entrambi gli attori sono magnifici (così come lo è Pineda nei panni di Faye), e Cho in particolare è così figo e carismatico che è un mistero il fatto che Hollywood non gli abbia offerto più ruoli da protagonista fino ad ora. Le scene di combattimento in cui Spike mostra le sue abilità sono costruite in modo da farti vedere ogni singola mossa (*), ma proprio per questo sono decisamente diverse dagli action contemporanei, spesso visivamente pasticciati e confusi.

(*) Fatte le debite eccezioni: uno dei momenti più divertenti della prima stagione vede Spike fronteggiare un esercito sullo sfondo mentre Jet in primo piano assiste al saggio di danza della figlia.

Anche le sequenze action coreograficamente meno elaborate cercano di mantenere il sense of humour generale, anche solo quando Spike, Jet e Faye si ritrovano a ordinare noodle per la strada. Cowboy Bebop è un thriller, una space opera e tantissime altre cose insieme: ed è bellissimo che lo sia. Ogni volta in cui sembra che tutti questi elementi insieme non abbiano senso, soprattutto in un prodotto live action, la serie funziona comunque. È come se arrivasse fino a un precipizio e si rifiutasse di guardare quello che c’è sotto: semplicemente, va avanti come se niente fosse.

Da Rolling Stone USA