Squid, la recensione di 'Bright Green Field' | Rolling Stone Italia
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Con gli Squid il rock torna a essere avventuroso

Parlano tutti bene di 'Bright Green Field' e hanno ragione. Nel disco del momento si ritrovano l'eclettismo stilistico e il senso di sfida del post punk, quando ancora lo chiamavamo new wave

Squid

Foto: Holly Whitaker

Come si sa, la stampa britannica ama molto pompare nomi destinati a essere dimenticati dopo una settimana. A volte però tocca a gruppi che hanno sostanza, e dopo i Black Country, New Road è ora di scommettere sugli Squid da Brighton, che dopo un paio di EP particolarmente riusciti esordiscono sulla lunga distanza con un album che si chiama Bright Green Field ed esce su Warp. Si tratta di un quintetto anomalo fin dalla composizione della band, con Ollie Judge nel doppio ruolo di cantante e batterista, e uno spazio non secondario, oltre alle chitarre, riservato a fiati e tastiere. Nessuna delle vecchie canzoni è ripresa, ce ne sono invece 11 completamente nuove e lunghe: ad eccezione di due brani brevissimi, la durata media dei pezzi è di quasi 6 minuti, e un paio sono addirittura oltre gli 8.

Questo perché gli Squid hanno bisogno dello spazio adeguato per esprimersi e infatti gli sviluppi che portano la loro musica ad attraversare atmosfere completamente diverse sono un vero e proprio marchio di fabbrica – in questo ricordano i Black Country, New Road. Tuttavia, rispetto a loro hanno un piglio molto più groovy e denso di funk, anche se sempre contestualizzato in brani articolati e dall’umore cangiante.

Vi diranno che questo disco rientra nel filone del post punk, quello dei celebratissimi Fontaines D.C. e di Idles, Protomartyr, Black Midi e tanti altri. Gli Squid hanno una marcia in più, a cominciare da un sound che travalica quello dei nomi classici di fine anni ’70 inevitabilmente citati (Fall, Joy Division, Gang of Four, i primi Wire) e che si arricchisce di elementi molto più eterogenei, che portano la band vicina al concetto più aperto ed eclettico della new wave originale.

Questa è in definitiva la caratteristica peculiare degli Squid: la capacità naturale di attraversare musicalità differenti. Si prenda ad esempio Narrator, che inizia come un white funk alla Talking Heads e si trasforma in un delirio di urla sconnesse: il tema del pezzo, quello di un uomo che fatica a riconoscere la propria identità e sfoga la sua ossessione in un conflitto verbale con una donna (alla voce di Judge si affianca quella di Martha Skye Murphy, in Kim Gordon style) è reso in modo drammatico.

Sarebbe quindi limitativo ricondurre lo stile degli Squid a una matrice univoca, anche se ce n’è una più appariscente ed è il punk-funk che va da Remain in Light al sound dei King Crimson degli anni ’80, a certe produzioni della ZE Records o della Celluloid. Un’operazione che ricorda in parte quella di LCD Soundsystem (specialmente nelle produzioni più recenti, come American Dream), ma che viene qui svolta con grande personalità: ad esempio l’interplay tra chitarre, fiati e archi in G.S.K. crea un contrasto armonico semplicemente perfetto.

Non aspettatevi quindi certezze da questo album, ascoltatelo con la predisposizione a farvi sorprendere. Appena avrete preso familiarità con l’attacco funky di Boy Racers vi farete sopraffare dal finale di inquietanti sirene in distorsione. Paddling ha una prima metà di electro iterativa, ma si dispiega in un insospettabile, godurioso tripudio armonico, mentre 2010 è un match di pugilato tra il folk e il metal. E potremmo continuare a lungo, citare i beat elettronici in crescendo, le aperture noise, i cenni jazz, l’ambient per soli fiati, i chitarrismi in tempi dispari, i messaggi disparati dei testi che svariano dall’apocalittico (Peel St.) al sarcastico (“The eggs, they’re always cheaper the day after Easter”, da Documentary Filmmaker).

La capacità di questo gruppo di abbinare ganci spudoratamente pop a momenti di puro sperimentalismo è unica. Gli Squid mettono sullo stesso piano accessibilità e avanguardia, collocano alla pari influenze di provenienza eterogenea, insomma riattualizzano quel senso di avventura sonora che solo in rare occasioni abbiamo sperimentato nel nuovo millennio. L’ultima volta era forse stata con i Radiohead di Kid A e Amnesiac.

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