Com’è ‘Black Mirror: Bandersnatch’? Una delusione | Rolling Stone Italia
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Com’è ‘Black Mirror: Bandersnatch’? Una delusione

La serie tv sci-fi inglese sul lato oscuro della tecnologia e Netflix offrono un' esperienza interattiva dove devi scegliere tutto, anche che tipo di cereali mangia il protagonista. La domanda è: perché?

https://www.youtube.com/watch?v=XM0xWpBYlNM Black Mirror: Bandersnatch. In 1984, a young programmer begins to question reality as he adapts a sprawling fantasy novel into a video game and soon faces a mind-mangling challenge. Welcome back. CR: Netflix

Sugar Puff o Frosted Flakes? È la scelta tra due tipi di cereali la prima che ci si trova davanti in Bandersnatch, in sostanza un film di Black Mirror, arrivato all’inizio del week end su Netflix. È una decisione innocua, in realtà: un ragazzo ossessionato dai video-game di nome Stefan (Fionn Whitehead, già visto in Dunkirk) si sveglia una mattina di luglio del 1984, scende le scale e si unisce al padre (Craig Parkinson) per fare colazione. Il giovane poi proporrà alla Tuckersoft, la compagnia in cui lavora il suo eroe, il ragazzo-prodigio Colin Ritman (Will Poulter), una nuova idea per un gioco basato sul suo romanzo fantascientifico preferito, Bandersnatch; come il materiale di partenza, il gioco consente più trame e soluzioni. E proprio come l’uomo dietro questo libro, lo scrittore scomparso Jerome F. Davies – che non somiglia a nessun autore reale con una passione per le narrazioni complesse e gli allucinogeni, no no… – Stefan potrebbe diventare pazzo imbarcandosi in questa avventura.

Prima, però, il nostro eroe deve scegliere cosa mangiare. Suo padre gli offre due opzioni: Sugar Puffs o Frosted Flakes. E nella parte inferiore dello schermo vengono visualizzate le due possibilità. Sì, dovete decidere cosa mangia Stefan. Avete 10 secondi. Il protagonista sceglierà Honey Monster o Tony the Tiger? Dai, cliccate su uno dei due. Smettetela di perdere tempo.

(Questa è una recensione quindi, a meno che non vi suoni completamente nuovo come funziona il tutto, da qui in poi ci saranno degli spoiler. Scegliete bene. Nello spirito dell’episodio: se volete leggere una versione di questa recensione senza spoiler e un finale alternativo, molto più allegro, potete cliccare qui).

Il creatore di Black Mirror Charlie Brooker, la sua socia Annabel Jones, il regista David Slade e, per estensione, Netflix – che ha revisionato la tecnologia per permettere a questo esperimento di avere successo – hanno dato una svolta all’intrattenimento interattivo. Non è la prima narrativa Choose-Your-Own-Adventure che passa dalle pagine dei libri-game allo schermo; non è nemmeno il primo progetto TV nell’ultimo anno a mettere il pubblico alla guida dello storytelling. Ma è probabilmente il tentativo più ambizioso fino ad oggi di rendere mainstream questo concetto, su una piattaforma così grande e con un nome tanto importante. In un certo senso, è perfettamente logico che sia stato il popolare show antologico inglese, lo stesso che avvertiva di come la brillante, nuova tecnologia “rivoluzionaria” avrebbe potuto non essere la risposta ai nostri problemi (e trasformarsi, infatti, nel precursore di un incubo), ad aver reso possibile tutto ciò. Con l’eccezione di The Good Place, nessun’altra serie TV attualmente in circolazione è così perfetta nel guidare i fan su tanti percorsi diversi, timeline parallele e vicoli ciechi frustranti.

Che tipo di cereali ingoi Stefan per colazione è solo la punta dell’iceberg. La scelta della colonna sonora da walkman – Thompson Twins o la compilation NOW – arriva subito dopo, e proprio come per il primo bivio, i risultati sono trascurabili. Rispettivamente influenzano che pubblicità Stefan guardi in tv e la risposta a Colin sulle sue preferenze musicali). Ma quasi ogni altra decisione che lui, o meglio noi / voi, prendiate ha conseguenze gravi. Alcuni dei risultati implicano il venire a patti con un trauma profondo dal passato del protagonista. Altri prevedono trip, cospirazioni governative, paranoia estrema, prog-rock, successo, fallimento, suicidio, omicidio, teste decapitate e la risposta al perché una sfera gialla affamata si chiami “Pac-Man”. Ci sono cinque finali. Uno è agrodolce. Un altro implica un affascinante fast-forward ai giorni nostri. E un terzo è una meta-conclusione soffocata dall’autocompiacimento del brand Black Mirror.

Arrivare a uno di questi finali comporta un numero infinito di tangenti, deviazioni, percorsi alternativi e strade laterali chiuse. Se superate il limite di 10 secondi o se non riuscite a decidervi, Netflix sceglie per voi. Occasionalmente, la narrazione consente la correzione della rotta e indirizza gli spettatori verso la risposta “giusta” o offre l’opzione “torna indietro”. E dopo aver percorso ogni possibilità e aver affrontato tutte le cinque ore circa di riprese, potreste essere colpiti dai due anni di sforzi necessari per costruire questa replica della narrazione da videogioco, che è anche una riflessione sul coinvolgimento del pubblico e una innovazione formale.

Oppure potreste fare come noi e ritrovarvi a chiedervi: perché?

Perché alla fine di Bandersnatch, dopo tutte le strizzatine d’occhio, gli Easter Egg, le sbirciatine e le esplorazioni di ogni angolo, scoprite che è davvero tutto incentrato sul viaggio e non sulla destinazione. Il mezzo qui è davvero il messaggio, e se volete unvun messaggio oltre “ora abbiamo la capacità di farlo!”, potete decidere tra “ok, dai” e “non è andata bene”. Sia che consideriate Black Mirror un nuovo Twilight Zone o nient’altro che onanismo da tecnofobia – noi siamo parte del fandom con gli occhi spalancati – la serie di Brooker & C. si è spesso basata sull’immersione nel rovescio della medaglia del progresso 2.0 alimentato da processore Intel. Volete registrare i vostri ricordi? Preservare la persona amata tramite una replica robotica? Il vostro posizionamento sociale è determinato dai social media? E per protesta eleggete un personaggio dei cartoni animati computerizzato che spara merda su tutto a vostro rappresentante? Il costo potrebbe essere il peggior scenario possibile. Anche le puntate che si distinguono senza morale favolistica vi lasciano a mettere in discussione la relazione con le superfici scure e riflettenti su cui si fissa lo sguardo ogni giorno.

Belli, brutti o terribili, i migliori episodi di Black Mirror hanno sempre lasciato qualcosa – segni, a volte ferite, altre cicatrici. L’unico pensiero che vi passa per la testa dopo aver terminato Bandersnatch è “Figo … [guarda cos’altro c’è in streaming]”. La sottile confine tra follia e genio, o che gli spettatori sentano più le azioni quando sono i burattinai (che è discutibile – alza la mano se hai pianto durante un film o un programma televisivo), o che puoi raccontare una storia in mille modi diversi e talvolta il destino ti dà comunque le stesse carte … non hai bisogno di un formato Choose-Your-Own-Adventure per quello. Non hai nemmeno bisogno di un ammonimento sulla natura umana, in cui la tecnologia esagera nello sviluppo della storia.

Ma devi comunque raccontare una storia e Bandersnatch inizia e finisce nel racconto. Gli episodi di Black Mirror che spesso nominiamo – San Junipero, Black Museum, U.S.S. Callister, e il brillantemente cupo, White Bear, il migliore della serie – continua a mostrarci nuove letture ogni volta che li guardiamo. Questo invece ci regala un’esperienza davvero unica, ma poco a cui aggrapparsi dopo. Non è nemmeno all’altezza della qualità fissata dallo stesso show. Qual è il punto di una narrativa interattiva se la storia non è importante? Abbiamo desiderato la morte dell’autore per avere la possibilità di decidere inizio, parti centrali e conclusioni come le volevamo. Bandersnatch ci lascia con un sentimento molto in linea con Black Mirror: fai attenzione a ciò che desideri.