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‘Cold War’, l’amore è una canzone in bianco e nero in un’Europa divisa

Il nuovo film del premio Oscar polacco Paweł Pawlikowski è un melò esemplare, girato con magnifica eleganza, che abbraccia il musical senza per questo rimanere prigioniero di quella stretta.
4 / 5

L’amore è una ragazza che ti volta le spalle e se ne va per sempre: poi esita, si ferma, torna indietro correndo. E ti bacia come se fosse la prima volta, oppure l’ultima. Infine si gira e va via di nuovo, riprendendo la sua strada col ricordo di quell’emozione ancora viva sulle labbra. L’amore è quella cosa lì: un film in bianco e nero e in 4:3, come una volta, e Adriano che canta in sottofondo alla radio. L’amore ha persino dei nomi: Wiktor e Zula, i genitori del regista, che a quella coppia straordinaria e disastrata, incapace di stare l’uno senza l’altra ma nemmeno insieme, ha dedicato il suo Cold War. Che poi è la struggente, commovente canzone
di un sentimento che resiste al tempo, vagando per un’Europa divisa, costretto a rincorrere la propria eterna incompletezza.

Un amore impossibile in un’epoca impossibile: nella Polonia rurale del dopoguerra si incontrano un pianista e una cantante, entrambi parte di uno spettacolo di musica popolare che gira per il blocco sovietico. A Berlino lui organizza la fuga, ma lei non viene all’appuntamento: divisi dalla Guerra fredda, si ritroveranno a Parigi e poi ancora a Varsavia.

Delusi, sconfitti forse, ma ancora perdutamente innamorati. Girato con magnifica eleganza, ispirazione nella composizione dell’inquadratura e inusuale partecipazione, il nuovo film del polacco Paweł Pawlikowski (miglior regia all’ultimo Festival di Cannes, ndr) esalta la forma senza rinnegare il racconto (l’emozionante rigore ricorda quello di Ida, Oscar per il miglior film straniero) e traduce in immagini piene di senso sbalzi, crepe e rinunce di un amore che insegue se stesso.

Un melò esemplare, esaltato da un montaggio poetico e sensuale, da una fotografia ricercata (che nelle sequenze ambientate nell’Europa dell’Est richiama Jancsó e Forman, mentre in quelle francesi il cinema transalpino dei primi ’60), dall’epica intimissima di un sentimento che, allo stesso tempo, attrae e respinge: un film appassionato, emozionante, che abbraccia il musical – dove quello che si canta è importante più di quello che viene detto –, senza per questo rimanere prigioniero di quella stretta. In un continuo fuggire e ritrovarsi a cui dà significato anche l’interpretazione magnetica di Joanna Kulig, rivelazione assoluta di un film che pende dalle sue labbra. E dalla sua voce.

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