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‘Cocaine – La storia vera di White Boy Rick’, la recensione: Matthew McConaughey non basta

La storia vera dell' informatore adolescente dell'FBI ha dei bei momenti, ma non riesce raccontarne il cuore e il contesto fino in fondo. Nonostante Mr. Alright

A 14 anni Rick Wershe Jr. (Richie Merritt) sapeva distinguere un Kalashnikov vero da uno tarocco per gentile concessione del padre, Richie Sr. (Matthew McConaughey). A quell’età se la spassava anche con le bande afroamericane che gestivano il traffico di droga a Detroit nel 1984, guadagnandosi una reputazione e un soprannome. A 15 anni era già stato reclutato da due federali (Jennifer Jason Leigh e Rory Cochrane) e un poliziotto della narcotici (Brian Tyree Henry) per aiutarli a costruire un caso e catturare un pesce grosso. Sembra che per Rick vada tutto bene, gli insegnano pure come fare il crack. A 16 anni poi sarebbe diventato padre, gli avrebbero sparato alla pancia, avrebbe contribuito a mandare in prigione i suoi ex soci e sarebbe entrato nel giro dei pesi massimi con il padre. E a 17 anni il ragazzino grassotello che girava con la targa di “Snow-man” avrebbe inavvertitamente aiutato a smascherare un certo numero di poliziotti corrotti e, dopo essere stato venduto dall’FBI, sarebbe stato condannato all’ergastolo.

E voi che avete fatto da adolescenti?

Il viaggio di Wershe da ambizioso giovane americano ad ammonimento per criminali condannati è una storia vera che attira i produttori cinematografici come il miele, quindi era inevitabile che prima o poi ci sarebbe stato un adattamento delle sue memorie – specialmente se si tratta di un libro con un sottotitolo come “La mia vita di informatore adolescente segreto per l’FBI”. C’è di peggio che avere un regista come Yann Demange, il cui thriller sui soldati britannici a Belfast ’71 (2014) è un esempio da manuale di filmaking innarestabile. Lo stesso vale per il casting dell’esordiente Merritt nei panni di Rick Jr., un giovane attore che in qualche modo sfrutta al meglio un ruolo che gli richiede di essere un foglio bianco con baffetto e una gran massa di capelli. La sua costante inespressività fa parte del personaggio, naturalmente, deve essere il più figo nella stanza o morire provandoci. Inoltre il fatto che McConaughey – con pettinatura più anni ’80 che mai – sia tanto fuori dalle righe obbliga il ragazzo a dare equilibrio.

Il film tenta per la maggior parte del tempo di presentare una serie di episodi, più o meno veri, senza collegarli in un contesto più grande… e si potrebbe fare di meglio. Le prime scene, in cui i due Rick si scontrano con la sorella (e figlia) tossica Dawn (Bel Powley) e il nonno bisbetico (Bruce Dern), rendono l’idea di un dinamico caos familiare, e quando Demange viene chiamato a dare un senso di sconvolgente disperazione e degrado urbani o di eccessiva e vertiginosa eccitazione, mette a segno dei bei momenti isolati. (C’è una sequenza indimenticabile e impagabile di Eddie Marsan che balla l’hip hop in una pausa di Take Me to Mardi Gras di Bob James).

E se non cade nella tentazione di trasformarsi in un’altra storia a base di crimine e ironia alla Quei bravi ragazzi, il film non parla molto della guerra alla droga di Reagan, dell’ipocrisia che l’ha caratterizzata o del fatto che il crack fosse coca tagliata con puro capitalismo. La morale è minima, tranne che Rick Jr. si è bruciato e la Rock City degli anni ’80 si è bruciata in maniera ancora peggiore. Se il dramma padre-figlio corre parallelo all’ascesa e caduta con qualche deviazione è soprattutto perché Merritt e McConaughey lavorano bene insieme. Quest’ultimo in particolare ha anche alcune scene profonde con la figlia (sullo schermo) Powley.

Ma il potenziale per usare la storia di Wershe e raccontarne una più ampia sull’ambiente che lo ha cresciuto e rinchiuso si è perso. “L’America è l’unico Paese in cui un uomo può collegare il cervello alle palle e fare in modo che le cose accadano,” dice Rick Sr. ai figli a un certo punto. White Boy Rick ha la testa e le palle, e ogni tanto anche il cuore. Ma raramente sono abbastanza in sincronia da far davvero succedere le cose.

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