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Chiedete alle Horsegirl se la chitarra elettrica è morta

'Versions of Modern Performance' non è solo l'ennesimo tassello del revival dell'underground anni '90. Ha anche il merito di riportare in vita l'idea di mistero e tensione nel rock

Horsegirl

Foto: Cheryl Dunn

Il primo album delle Horsegirl si chiama in perfetto stile post punk Versions of Modern Performance, titolo perfetto per un serissimo libro di testo. Come se non bastasse, contiene uno strumentale chiamato The Guitar Is Dead 3 che, in modo ancora più sardonico, è costruito su solenni accordi di pianoforte. Perché la chitarra è morta, vero?

Beh, non nel mondo del rock indipendente. Dai primi Parquet Courts ai Dry Cleaning, passando per Wet Leg, Black Midi nel Regno Unito e Pip Blom nei Paesi Bassi, il caro vecchio college rock è tornato di moda. Riecco dischi basati su suoni taglienti di chitarra, riecco batterie “vere”, riecco gente che canta in modo inespressivo o con aria indifferente. I primi singoli del trio di Chicago, ovvero Forecast, Sea Life Sandwich Boy e Ballroom Dance Scene, erano assieme eterei e soffocanti. È stato il magnifico omaggio dell’anno scorso alla loro città natale, Billy, ad alzare l’asticella grazie ai versi diversi, ma cantati contemporaneamente dalle chitarriste Nora Cheng e Penelope Lowenstein (la line-up è completata dalla batterista Gigi Reece).

Versions of Modern Performance inizia là dove finiva Billy e sembra davvero un manuale dell’indie contemporaneo. Suoni di chitarra in cui pare di sentire il rumore dei plettri sulle corde? Ci sono. Linee di basso cavernose che salgono e scendono in contrappunto alle melodie? Eccole. Voci semisepolte nel mix che cantano testi di difficile interpretazione e, in un caso, citano Tom Verlaine e Patti Smith? Presenti. La sensazione di trovarsi in un piccolo club nel 1993, calati in un meraviglioso squallore sonoro? Certo che sì.

Eppure, per molti versi, le somiglianze fra le Horsegirl e gruppi contemporanei finiscono qui. Perché le tre musiciste di Chicago non sono solo terribilmente serie nel tentativo di rianimare un genere che si credeva passato. Sono serie, e basta. Non c’è nulla di carino o accattivante in Dirtbag Transformation (Still Dirty), coi suoi riferimenti a una famiglia distrutta, e neppure nell’altrettanto tosta Option 8, con i suoi versi inquietanti come “Sono in fuga dalla gamba mozzata di mio figlio”. In Beautiful Song gli strumenti sembrano implodere, come se fossero in preda al caos, prima che il trio riporti il pezzo dall’orlo del baratro. Non sono le prime a tirarlo fuori, ma anche dopo tanti anni questo suono ha un che di ipnotico.

Versions of Modern Performance non è solo il revival di un certo sound. Riporta in vita l’idea di mistero e tensione nel rock. Come dice Option 8, “chi può dire quando i tetti cederanno di nuovo?”. È il tipo di domanda che il rock non si pone da un sacco di tempo. Lo fanno le Horsegirl, lasciando che la risposta soffi ammaliante nel vento.

Tradotto da Rolling Stone US.

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