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‘Chernobyl’ – La recensione: autopsia di un disastro in cinque movimenti


La miniserie dedicata all'incubo nucleare russo – e alle menzogne e agli insabbiamenti dei burocrati che dovevano gestirne le conseguenze – è un capolavoro disturbante, un viaggio all'inferno

Nelle prime ore del mattino del 26 aprile 1986, appena fuori da Pryp”jat’, una città dell’Ucraina, qualcosa andrò storto nella Centrale Nucleare di Chernobyl. A causa di una simulazione fallita, dell’incompetenza umana, di errori strutturali e dell’incapacità di fermare l’effetto domino, i reattori esplosero e tutto andò fuori controllo. La regione diventò in fretta zona contaminata. I dirigenti della centrale cercarono di sminuire il problema. Nel frattempo, a 400km di distanza, altri scienziati misuravano livelli di radiazioni impensabili. Ci vorrà una settimana per contenere l’inferno esploso in quei reattori; il vento, e altre condizioni naturali, diffonderanno la tossicità in altre parti della Russia e dell’Est Europa. La “exclusion zone” si ingrandirà a vista d’occhio. La parola “Chernobyl”, invece, sarà per sempre associata al concetto di disastro nucleare. Secondo le ultime stime, l’incidente ha prodotto più di 93mila morti. La lista ufficiale dell’Unione Sovietica ne conta ancora 93.

Chernobyl, la nuova serie HBO in arrivo su Sky, dedica cinque ore per raccontarci come una tempesta perfetta di errori e insabbiamenti ha portato a una catastrofe, e mostra le conseguenze dell’incidente come un lungo incubo al rallentatore. Ma è il modo in cui è presentato l’incidente che attirerà da subito la vostra attenzione. Immersa nell’appartamento buio e silenzioso che condivide con il marito pompiere, Lyudmilla Ignatenko (Jessie Buckley) entra in cucina per preparare il caffè. Inquadrata attraverso la sua finestra, vediamo una piccola luce in lontananza; poi, all’improvviso, la luce si espande fino a diventare una perfetta sfera. La donna se ne accorge appena, poi sente l’esplosione. All’inizio sembra un sussurro, poi un ruggito. La scena ci presenta l’incidente da una prospettiva umana, una scelta che fa la differenza.

La storia di Ignatenco, che cerca il suo sposo accorso sul posto dopo l’incidente, è solo una delle linee narrative che lo sceneggiatore Craig Mazin e il regista Johan Renck tessono in questa opera corale. Seguiamo Valery Legasov (Jared Harris), uno scienziato chiamato sul posto da Mikhail Gorbachev (David Dencik) per indagare insieme all’ufficiale di partito Boris Shcherbina (Stellan Skarsgard). Osserviamo Ulana Khomyuk (Emily Watson), il fisico nucleare che prima di tutti aveva capito le dimensioni di quello che era successo, mentre cerca di convincere il partito a prendere le misure necessarie. (“Le assicuro che non c’è nessun problema”, dice un grasso burocrate dietro a una scrivania. “Le assicuro che invece c’é”, insiste lei. La risposta: “Preferisco la mia opinione alla sua”). Più avanti incontriamo Pavel (Barry Keough di Dunkirk), un civile impegnato con i cani randagi dopo l’evacuazione della zona. E getteremo lo sguardo su impiegati, dottori, soldati, contadini e normali cittadini mentre si ammalano, peggiorano, e peggiorano ancora…

Più che il racconto di una tragedia nazionale, Chernobyl è un viaggio all’inferno. Nonostante la grande attenzione rivolta al lato umano della vicenda, a preferire le storie alle grandi scene d’azione, guardarla ti mette a disagio esattamente come succede di fronte al disaster porn televisivo. Il diavolo, qui, è nei dettagli: dalla mano rossa che tocca abiti contaminati ammassati in una cantina fino al cemento gettato sulle bare dei defunti. L’atmosfera è grigia, apocalittica, spaventosa. E anche se i molti attori britannici fanno venire in mente Morto Stalin se ne fa un altro – per fortuna nessuno osa imitare l’accento russo – qui non c’è nessuna satira, niente humour nero. Qualcuno dirà che guardare Chernobyl è una faticaccia. È la verità.

Ma quest’autopsia in cinque parti non si limita a ricreare gli orrori della nostra storia così da attirare nuovi spettatori e qualche premio prestigioso. Sì, guardando il curriculum di chi l’ha creata finirete per sollevare un sopracciglio (Mazin, il principale autore, ha sulle spalle due Scary Movie e due episodi di Una notte da Leoni; Renck è un regista svedese conosciuto per videoclip e pubblicità). Tuttavia, sia gli autori che il cast hanno capito che quello di Chernobyl era più di un incidente: era una metastasi che ha quasi decimato un continente. È successo a causa di un protocollo che facilitava l’insabbiamento rispetto all’azione; che preferiva screditare gli scienziati in favore dei burocrati impegnati a salvarsi la faccia.

“Il vero pericolo è che se ci abituiamo ad ascoltare troppe menzogne diventeremo incapaci di distinguere la verità”, dice un personaggio. Chernobyl mette questo concetto al centro della narrazione sin dal primo minuto. E quelle parole continueranno a risuonarvi in testa anche dopo i successivi 299. È il ritratto di un disastro su moltissimi livelli. Non serve un fisico nucleare per capire come mai valga la pena parlarne adesso.