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Chemical Brothers, ‘No Geography’ è una pasticca nostalgica oltre lo spazio e il tempo

Ed Simons e Tom Rowlands tornano con un album che ricorda un viaggio a ritroso verso l'epoca d'oro dell'elettronica, come se il rave non fosse mai finito

Foto di Hamish Brown

Il fatto che oggi sia in corso un acceso dibattito attorno alla fine del postmodernismo, dimostra quanto sia ancora acceso il dibattito attorno al postmodernismo, che dallo scorso secolo influenza trasversalmente diversi ambiti culturali, tra cui la geografia. Secondo la geografia postmoderna non esiste un unico paradigma per descrivere la realtà che è plurale e soggettiva, per cui punta a destrutturare le rappresentazioni dominanti imposte dal potere. Per farla breve, la geografia così come la conosciamo non è una rappresentazione oggettiva della realtà, dunque non esiste geografia.

Non sappiamo se Ed Simons e Tom Rowlands si siano ispirati agli studi di Edward Soja o Claudio Minca per il titolo del loro nono album, No Geography. Ma di sicuro il fatto che sia in corso un acceso dibattito attorno alla fine degli anni Novanta dimostra quanto siano ancora influenti e centrali oggi le idee, i progetti e le visioni degli anni Novanta, di cui i Chemical Brothers sono un tassello centrale e un pilastro dell’onda elettronica che si è alzata nell’ultimo decennio del Novecento, si è schiantata con il nuovo millennio e ora si sta ritirando violentemente, riportando alla superficie a volte mostri e rifiuti tossici, a volte il ricordo di civiltà illuminate e tesori preziosi.

Le mappe scompaiono, i confini vengono messi in discussione, il pallino blu che lampeggia sulla mappa è perso nell’assenza di segnale: siamo alla vigilia della distruzione, così si apre No Geography, con un allarme retro-beat automatizzato e atonale estrapolato dalla voce dell’artista norvegese Aurora, che annuncia: “The eve of destruction”. Una distruzione che aspetteremo su un gigantesco dancefloor nel deserto, senza acqua e senza viveri.

Come anticipato già dai tre singoli che hanno anticipato il disco, i producer britannici hanno spinto sull’acceleratore – anche letteralmente, con il remix “più veloce della storia” di We’ve Got to Try compresso a 15.000 bpm per il jingle della Formula 1 – e sfornano una decina di tracce classiche e potenti, dopo gli ultimi passi falsi o mezzi passi falsi, a secondo della rigidità dei giudizi.

No Geography è un disco per certi versi nostalgico, devoto al beat e a sample un po’ schimiconi che hanno fatto la fortuna del duo e anche la fortuna di chi se li è ballati ai tempi d’oro. Decidete voi quanto siano durati questi tempi d’oro, non importa, perché Free Yourself o Mad As Hell li riportano in auge e non può lasciare indifferenti neanche quelli che fanno finta che non ci sia stato un momento, brevissimo, al confine tra sogno e realtà, in cui la risposta alla distruzione incombente era stata trovata qui: C10H12N2O, la formula chimica della serotonina, interi pozzi senza fine a cui si accedeva sudando per tutta la notte, senza pausa, fino non averne più. Questo disco è un invito a riprovarci, anche se il destino delle cose è ormai irreversibile.

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