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Charli XCX appartiene solo alle nuove generazioni

Confondere il revival degli adolescenti con la nostalgia dei trentenni è un errore, anche se forse il nuovo album 'Charli' descrive alla perfezione i tempi che corrono

Il cosiddetto “pop-accelerazionista” ha accelerato talmente tanto che siamo arrivati al punto in cui Charli XCX si trova a fare i conti con la maturità artistica – non si scappa alla maturità artistica del terzo album – dato che, nonostante gli immaginari futuristici e compagnia bella, ha compiuto 27 anni e rimane pur sempre una pop star che ha fatto in tempo a caricare i suoi primissimi pezzi su MySpace.

Già dal titolo ci si immagina una maggiore introspezione, che però sin dai primissimi pezzi lascia intendere il sacrificio della sperimentazione che probabilmente molti si aspettavano. Da sempre divisa tra l’immaginario pop classico e un’avanguardia sovversiva – che probabilmente ha avuto l’abilità di sintetizzare, raggiungendo l’apogeo in Pop 2 – Charli XCX si trovava di fronte a un bivio e tra la possibilità di accelerare appunto verso l’immaginario hi-tech, che l’ha fatta apprezzare da insospettabili cultori della “musica delle macchine” con le quali ha filtrato e senz’altro continua a fare, o se scegliere una via più consona agli standard pop seppure quelli dettati da una fine di decennio che strizza l’occhio al glitchato, al futuribile, al gender fluid tanto politicizzato quanto sbattuto in vetrina da H&M.

È solo un’illusione quindi il giro di synth iniziale che apre il disco con Next level Charli, promesse non mantenute già nella successiva Gone, non tanto per la qualità dei pezzi, che vantano la collaborazione con un’artista di grande talento come Christine and the Queens e un’icona affermatissima come Sky Ferreira, ma per un drastico ritorno a sonorità pop. Niente risvolti apocalittici, niente dominio del meccanico.

Poi sentiamo I just wanna go back to 1999, to Hit me baby one more time nel pezzo intitolato giustamente 1999 che per quanto non si possa dare torto alla nostra Charlotte – a chi è che non manca il 1999? – la citazione a Britney fuga definitivamente ogni dubbio: siamo in piena fase MTV nostalgia e teen-revival, invece avremmo preferito un ritorno al timore del millennium bug, a Napster, a Matrix e a un mondo misurato in byte e pixel.
La verità è che, per quanto i millennials, nella loro atavica paura di invecchiare e di diventare dei trentenni a cui si dà del lei, il tentativo di accaparrarsi la narrazione di Charli XCX è da sempre stato destinato a fallire, perché appartiene ad un’altra generazione, per le quali tutto ciò che è fluido o xeno nel pop, non è una conquista, il che rende tutto molto meno potente, ma forse, paradossalmente, molto più efficace. Okay, il sogno un po’ continua in pezzi un po’ più azzardati come Silver Cross, Thoughts e Shake It, ma è solo un’illusione e bisogna farsene una ragione: confondere il revival degli adolescenti con la nostalgia dei trentenni è un errore, anche se forse descrive davvero alla perfezione i tempi che corrono. Il pezzo di chiusura ci porta direttamente nel 2099, chissà se esisterà ancora un’umanità per come la conosciamo e chissà che cosa penseranno di noi poveri trogloditi.

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