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Cesare Cremonini per pianoforte e voce

Una riedizione svela il lato essenziale dell'ultimo album del cantautore bolognese, puntando dritto al cuore della sua musica

Quella che Cesare Cremonini ha messo sotto l’Albero quest’anno non è la solita re-edit da strenna natalizia, buona solo a riportare sugli scaffali un album già vecchio per fargli da pallido compendio, per mettere in cascina un po’ di numeri in vista dei regali. Insomma, non è una di quelle riedizioni che ogni Natale troviamo in offerta, zeppe di live stropicciati, unplugged inutili e b-sides che se sono state escluse dall’originale beh, ecco a voi perché.

Tutto il contrario, semmai: Possibili Scenari per pianoforte e voce è un disco che – per quanto di “compendio”, per quanto “natalizio” – racconta una storia precisa e avvincente, il cui peso è chiaro già dagli elementi dentro la scatola.

Al suo interno, infatti, contiene: Cesare Cremonini (appunto), Possibili Scenari (il disco) e un pianoforte. Abbastanza, quindi, da segnare un traguardo da non trascurare per il cantautore bolognese. Sullo sfondo, è chiaro, c’è ancora l’album uscito un anno fa (o meglio: il suo scheletro), il disco di Poetica e Nessuno vuole essere Robin, perla di pop d’autore tutta italiana: poliglotta, perché in grado di riempire gli stadi di fan diversi e lontani fra loro; tradizionale, perché evoca Dalla, Morrissey e i Queen (come sempre, d’altronde); sbilanciato in avanti, per tutti gli effetti, l’elettronica più raffinata e, in generale, tutto il lavoro di ricerca sofisticata (e contemporanea) sugli arrangiamenti. Pop nel senso buono, elegante e attuale del termine, insomma.


I protagonisti in scena, invece, sono – come potrete capire – Cremonini e il pianoforte. Una storia di due amanti, la loro, che si inseguono da sempre: da quando Cesare aveva 15 anni e scrisse Vorrei in vacanza coi suoi, senza un piano davanti, scolpendosi in testa le note per poi scoprire che suono avessero una volta a casa; da quando, sui tasti neri e bianchi, componeva tutti quei macigni che “va bene, Cremonini è bravo però si alleggerisse”; da quando, soprattutto, il momento al pianoforte è diventato una seduta spiritica – intima, coi suoi tempi – di ogni suo concerto, dai palazzetti (mezzi vuoti) agli stadi (sold-out). Più semplicemente: la storia di un artista che ha scoperto la musica da bambino proprio grazie al pianoforte, e che (da solo) con quei tasti ha vissuto la serata più importante della sua carriera – Taormina 2013, “Una notte al piano”.

Basta questo, quindi, a rendere l’album la celebrazione più autentica di trent’anni di inseguimenti: tutti i dieci episodi di Possibili scenari sono stati finalmente riarrangiati al piano – come Cremonini sognava, diciamo, da una vita. Il risultato è un’opera notturna e silenziosa, intima e quasi conviviale, che si fa luce con una candela e cammina scalza fino al nocciolo, alle non-vesti con cui era stata concepita. Spogliate delle sovrastrutture e della ricerca degli arrangiamenti, le canzoni originali rinascono infatti in una leggerezza quasi improvvisata, divertita ed essenziale, come una spontanea sessione notturna al piano, un po’ romantica e un po’ alcolica.

Poetica, senza la sua dimensione colossal, scopre ad esempio un’anima intima, quasi sensuale, che la spettacolarizzazione orchestrale originale un po’ offuscava; La macchina del tempo, nella sua magrezza, esalta proprio l’interpretazione di Cremonini; Un uomo nuovo, soprattutto, senza l’edm che pure tanto dava alla versione 2017, sembra acqua cristallina. Se poi, al lotto, si aggiungono anche i vari divertissement, nati dai pezzi più leggeri – a cui la produzione ha lasciato solo scampoli della prima impalcatura – come Al tuo matrimonio (questa sì, davvero di gran lunga migliore dell’originale) e il martello (ora quasi barocco, sicuramente più sciolto) Kashimr-Kashimr, viene fuori un progetto che, nella sua primordiale essenzialità, da atmosfera soffusa e malinconica, moltiplica le sfumature originali esaltandone sottigliezze e insospettabili complessità finora sepolte.


Alla fine, Possibili Scenari per pianoforte e voce rappresenta l’album più necessario fra i “non necessari” per il bolognese, a distanza siderale dal live orchestrale 1+8+24 (ingenuo e un po’ manieristico, in realtà), dalla raccolta per gli undici anni di carriera (superflua) e anche dal Più che logico (bello, questo sì). Oltre che, ovviamente, la conferma che a Cremonini basta davvero un pianoforte per tenere in piedi un disco, come una carriera intera. Del resto, delle sovrastrutture e degli arrangiamenti, ne riparliamo dopo Natale.

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