‘Causeway’ non è il solito dramma su un trauma da superare, ma un saggio di umanità | Rolling Stone Italia
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‘Causeway’ non è il solito dramma su un trauma da superare, ma un saggio di umanità

Merito delle magnifiche performance di Jennifer Lawrence e Brian Tyree Henry. Ma anche dell’occhio della regista esordiente Lila Neugebauer, che rende un genere abusatissimo l’occasione per un racconto di meravigliosa sincerità

Jennifer Lawrence in ‘Causeway’ di Lila Neugebauer

Foto: Apple TV+

Il genere trauma drama, cioè quelle parabole drammatiche con personaggi che devono elaborare e superare un trauma fisico o mentale, ci è ormai familiare. La causa varia di film in film: può essere la dipendenza da droghe o alcol, o la perdita di una persona cara, oppure l’essere sopravvissuti a una catastrofe o a una tragedia. Ma i film spesso tendono ad assomigliarsi. Quando sono belli, riescono a farti rivivere le emozioni dei loro protagonisti; quando sono meno riusciti, sembrano solo il veicolo per gli attori che li interpretano. C’è un motivo se ne escono così tanti nei mesi autunnali: è il momento in cui ha inizio la Awards Season.

Causeway, il nuovo film starring Jennifer Lawrence disponibile su Apple TV+, si pone a metà strada tra le due categorie di trauma drama. È un film che sembra “vagare” attorno al problema della protagonista, il che da un lato restituisce l’emozione del personaggio nel suo lento ed errante ritorno alla vita normale, dall’altro rende l’esito diverso dalle solite storie sui reduci di guerra.

Il personaggio di Lawrence, Lynsey, ci viene presentata attraverso un’inquadratura di spalle. Una donna più anziana (la Jayne Houdyshell di The Humans e Only Murders in the Building) sta negoziando con un soldato i termini del suo “rilascio”; quando si dirige verso l’auto che le porterà a casa, vediamo che Lynsey è su una sedia a rotelle. La giovane donna è appena rientrata dall’Afghanistan, dove ha prestato servizio e ha riportato un danno cerebrale in seguito a un attentato. Capiamo subito che sta soffrendo di stress post traumatico, e che per lei la vera fatica è psicologica, nonostante le lesioni fisiche.

Una serie di sequenze ci mostra la lenta riabilitazione di Lynsey, ma anche gli incontri con il terapista, l’inizio di un nuovo lavoro in un’impresa che pulisce piscine e i momenti in cui scoppia a piangere all’improvviso. Ma a Causeway non interessa riportare dettagliatamente il rapporto causa/effetto tra Quello Che C’è Stato e Quello Che C’è Davanti. Questo è un film che sceglie il tempo presente: osserviamo questa giovane donna affrontare ciò che la vita le presenta giorno per giorno. Quando finalmente scopriamo cosa l’ha riportata dalle zone di guerra alla sua città natale, New Orleans, avviene solo attraverso un banale colloquio tra la protagonista e il suo psicologo. L’incidente che ha prodotto il trauma ci viene raccontato come se la protagonista stesse ricordando una vecchia gita al mare. Sia Lawrence, qui anche in veste di produttrice, che la regista esordiente Lila Neugebauer hanno dichiarato che le scene ambientate in Afghanistan erano state girate ma sono state poi eliminate al montaggio: è una scelta che si rivela molto intelligente. Dopo aver svelato l’incidente che l’ha vista coinvolta, Lynsey chiede al medico quando può “tornare al lavoro”. È un soldato: prima potrà ricominciare, prima potrà ripartire anche la sua vita. È quella la sua vera normalità.

Non sorprende scoprire che la regista ha alle spalle un lunga esperienza nel teatro (di recente ha firmato la regia della pièce vincitrice del Tony The Waverly Gallery): spesso guardando Causeway sembra di assistere a uno spettacolo off-Broadway. Ma non perché il film sembra “messo in scena”, piuttosto per via del ritmo di scrittura e recitazione, che sembrano simili a certi lavori del teatro indipendente.

Brian Tyree Henry è James. Foto: Apple TV+

Ma questo non è nemmeno il progetto pensato come vetrina per divi in cerca di statuette, anche se ci ricorda quanto Jennifer Lawrence possa essere meravigliosamente vera. Certo, l’attrice ha le sue scene clou (vedi gli scambi con la madre, interpretata da Linda Emond), ma la maggior parte di quello che fa qui, soprattutto nella prima parte, è interpretare la psicosi traumatica senza l’enfasi a cui siamo abituati. Qui non c’è la RECITAZIONE scritto in caps lock. Lawrence, piuttosto, si lascia andare a una sorta di torpore, di indifferenza, che mantiene la performance assolutamente umana, e la fa rifuggire da qualsiasi vezzo. Sembra una specie di ritorno alle origini anche per lei.

La aiuta avere accanto Brian Tyree Henry, un altro talento del tutto genuino. Nei panni di un meccanico di nome James che entra in connessione con Lynsey perché sa bene anche lui cosa significa avere un trauma alle spalle, l’attore trasforma quello che rischiava di essere lo studio di un personaggio in un’incredibile partita a due con la collega. Lui sembra la parte più solida, ma in realtà è altrettanto tormentato. Se avete visto Henry in Atlanta (o in Widows, o in Se la strada potesse parlare, o in qualsiasi cosa abbia fatto), sapete che questo attore diplomato in recitazione a YALE conosce benissimo l’importanza di vivere sullo schermo il singolo momento. Quello tra lui e Lawrence è un rapporto complementare in cui si vede la loro capacità di armonizzare e di alzare o togliere il volume a seconda di quel che sta facendo l’altro.

Come in Tornando a casa (1978), un paragone che viene naturale fare, poter contare su una coppia di attori come questi esalta l’argomento narrato. Causeway non è una semplice storia di ritorno e rinascita. È una storia che permette a due persone di salvarsi l’un l’altra, un atto di gentilezza di cui avevamo un grande bisogno.

Da Rolling Stone USA