'Castle Rock', la recensione | Rolling Stone Italia
Recensioni

‘Castle Rock’, un po’ troppo Stephen King

Nonostante l'inizio lento e l’eccesso di citazioni, la miniserie di Hulu è una piacevole aggiunta all’universo in espansione del re dell’orrore

Le lettere che compongono Castle Rock – la miniserie di Hulu che è un tributo a Stephen King quanto Fargo lo è ai fratelli Coen – sono fatte di pagine strappate dai romanzi più iconici del re dell’orrore. Nel cast della prima stagione ci sono Sissy Spacek e Bill Skarsgard, che hanno interpretato i personaggi probabilmente più famosi dell’universo di King (rispettivamente, Carrie in Carrie lo sguardo di satana e Pennywise in It), e tutta una compagnia di attori che hanno già lavorato alle storie dell’autore, come Terry O’ Quinn (Unico indizio la luna piena), Melanie Lynskey (Rose Red), Ann Cusack (Mr. Mercedes) e Frances Conroy (The Mist). Scott Gleenn, invece, è Alan Pangborn, lo sceriffo in pensione del borgo Castle Rock, ovviamente nel Maine, interpretato in passato da Ed Harris (Cose Preziose) e Michael Rooker (La metà oscura). Gran parte della prima stagione si svolge attorno alla prigione di Le ali della libertà; e ci sono riferimenti a personaggi ed eventi di tutte le storie di King, come Shining, Cujo e Il corpo (che arrivò sul grande schermo come Stand By Me).

Come suggerisce l’abbondanza di titoli in corsivo del paragrafo precedente, Castle Rock è costantemente esposta al pericolo di essere più una collezione di citazioni che una vera e propria serie con una narrativa indipendente. Non aiuta il lento approccio alla storia dei creatori Sam Shaw e Dustin Thomason (autori dell’interessante-ma-cancellato dramma atomico Manhattan): il procuratore Henry Deaver torna riluttante nella sua città natale per aiutare uno strano ragazzo, quasi del tutto muto, ritrovato in una gabbia sotto Shawshank. La trama si evolve così lentamente che, nonostante le ottime performance di Spacek e degli altri, sembra davvero di guardare una cover band di Stephen King che ti bombarda di occhiolini.

Hulu ha l’abitudine di pubblicare i primi tre episodi in contemporanea, e questa è una buona notizia per Castle Rock. Permette al pubblico di superare i primi ostacoli tutti in una volta, e di vedere il miglior episodio della prima parte, così da liberarsi subito dello spiegone che apre la serie. (Quell’episodio, comunque, è l’ennesimo esempio di quanta umanità riesce a portare Melanie Lynskey anche nelle storie più surreali e macabre – è una tradizione che va avanti da quando era la ragazzina di Creature del cielo).

Nel giro di qualche episodio, comunque, i tentacoli della della serie acchiappano una mezza dozzina di spiegazioni sovrannaturali per giustificare i seguenti eventi: l’incidente dell’infanzia di Henry che gli ha fatto lasciare la città; le differenti percezioni di Molly e Ruth rispetto al resto dei concittadini; l’enorme tasso di mostruosità che continua a infestare il piccolo villaggio del New England. «Tutti dicono che quella roba nasce nel peggior posto al mondo, giusto?», risponde qualcuno a Henry quando si chiede fino a che punto sprofonderà la sua città.

Una volta arrivati alla settima puntata – dedicata a Ruth, probabilmente una delle ore di tv più intelligenti e disperate del 2018 – noterete che la serie avrà ormai una sua indipendenza, e le allusioni a King piacevoli aggiunte per chi sa notarle, non continui rimandi a classici che quest’opera sa di non poter mai raggiungere.

E per rispondere alla vostra domanda: No, non è necessario aver letto i romanzi per seguire la serie o apprezzarla. Il sottoscritto ha letto/visto almeno un terzo delle opere di King, tra libri e adattamenti, e sono sicuro di essermi perso una manciata di riferimenti. Ma la storia aveva comunque senso. Shawshank, per esempio, è chiaramente una prigione miserabile, non importa sapere a memoria il monologo di Andy Dufresne sulla speranza. Dopo un po’ ho smesso di pensare a Stephen King, e ho cercato di capire se Alan Pangborn fosse davvero il fratello leggermente più sano di mente dello sceriffo di Scott Glenn in The Leftovers.

Comunque, non posso fare a meno di ammirare la moderazione di Fargo, che omaggia diversi film dei Coen citandone direttamente solo uno. In tre stagioni. Ma di fronte al fenomeno Stranger Things – un tributo non autorizzato non solo a King, ma anche a Spielberg Carpenter e altri maestri della fantascienza/horror anni ’80 – è difficile prendersela con chi vuole mettere in mostra i suoi collegamenti ufficiali con lo scrittore. (J.J. Abrams compreso, anche se è colpevole del disastrato adattamento di 11/22/63).

A Castle Rock avrebbe fatto bene mettere da parte un po’ di queste informazioni, a lasciar parlare la sua storia invece di citare opere che il pubblico ha a portata di click, nello stesso portale On Demand.

Altre notizie su:  Stephen King