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‘Captain Marvel’, la recensione: più forte di Thanos. E dei troll sessisti

Il personaggio interpretato dal premio Oscar Brie Larson non vuole limitarsi a essere un'altra wonder woman, ma vuole costruirne un esercito

Foto: Chuck Zlotnick ©Marvel Studios 2019

Brie Larson è Captain Marvel

Come primo film dell’universo cinematografico Marvel con una supereroina per protagonista assoluta, Captain Marvel è arrivato al cinema con un sacco di stronzate sessiste sulle spalle. Rotten Tomatoes ha dovuto bandire dal suo sito i troll che erano determinati a distruggere il lungometraggio prima dell’uscita. Quei misogini celibi (ma non per scelta) sono irritati dal fatto che Brie Larson, il premio Oscar che interpreta il personaggio, abbia più volte espresso pubblicamente la necessità di una maggiore inclusione in questo tipo di film – così come i critici che li recensiscono. È guerra. E ora che Captain Marvel è al cinema, aspettatevi che questo contingente di maschi bianchi vergini e incazzati vada su tutte le furie.

La rivincita del girl power pulsa attraverso ogni fotogramma, per non parlare dell’umorismo, del cuore e del brivido nel guardare qualcosa che potrebbe davvero cambiare tutto. Wonder Woman, il film del 2017 targato DC Comics, ha sferrato il primo pugno per la parità nei cinecomic. Ma Captain Marvel in quel pugno ci tiene i detrattori. Ambientato a metà degli anni ’90, il film sembra fatto molto prima che Iron Man e gli altri Avengers fossero pronti per il grande schermo, e sventola una bandiera orgogliosamente retrò. Ma tutto nel suo DNA, dalla rappresentazione (davanti e dietro la camera) alle nozioni di empowerment, parla di quello che stiamo vivendo, qui e ora.

Jude Law e Brie Larson. Foto: Chuck Zlotnick ©Marvel Studios 2019

Ovviamente c’è parecchia storia prima, ma i registi Anna Boden e Ryan Fleck, che si sono fatti le ossa nell’universo indie con drammi basati sui personaggi come Half Nelson (2006) e Mississippi Grind (2015), hanno preferito andare dritti all’azione. Carol Danvers, la pilota dell’Air Force impersonata da Larson, ha già i superpoteri quando la incontriamo nel bel mezzo di una battaglia intergalattica tra due razze aliene: i Krees e gli Skrull. Il suo mentore Kree, Yon-Rogg (Jude Law), l’ha addestrata per unirsi alla sua squadra d’élite nota come Starforce e bandire i nemici mutanti dalla pelle verde, guidati da Talos (Ben Mendelsohn).

Brie Larson e Samuel L. Jackson

In realtà Carol non sa chi è. Ha perso la memoria e ci vuole un viaggio di ritorno sulla Terra per recuperarla. È lì che incontra il capo dello S.H.I.E.L.D Nick Fury (Samuel L. Jackson, tosto e divertentissimo), che ha ancora entrambi gli occhi. Sia lui che il volto del franchise Clark Gregg, l’agente Coulson, sono stati ringiovaniti digitalmente. È un po’ inquietante, ma c’è anche qualche vantaggio, soprattutto quando Fury ha a che fare con il gatto Goose. Potrà sembrare un po’ stucchevole, ma sia dal vivo che in computer graphic, l’animale ruba ogni scena. Al cinema non c’è mai stato un gatto come Goose – il suo nome è un riferimento a Top Gun e accompagna una colonna sonora di canzoni d’epoca come I’m Just a Girl dei No Doubt che quasi fa tornare di moda la nostalgia.

Carol ritrova anche la collega pilota Maria Rambeau (una strepitosa Lashana Lynch), che ha lasciato l’esercito per prendersi cura della figlia (Akira Akbar). È la connessione di Maria con la tormentata protagonista cosmica che dà al film la sua anima. L’amicizia femminile è il fattore che mantiene Carol in contatto con la sua umanità, specialmente quando guadagna forza e affronta le sue responsabilità di guardiana galattica. Ed è in queste scene che il casting di Larson acquisisce davvero senso. È un’attrice intuitiva – guardatela in Room e in Short Term 12 – che aggiunge strati di sensibilità al ruolo, dettagli che un’interprete meno talentuosa avrebbe potuto farsi sfuggire. Pensate a come ha gettato le basi per un personaggio che sfida l’oggettivazione maschile e diventa quello che Joni Mitchell definiva “una donna di cuore e testa”.

Lashana Lynch e Brie Larson

Magari la trama sarà troppo contorta a partire da metà, il ritmo occasionale e lo stile retrò troppo piatto rispetto ai soliti fuochi d’artificio Marvel. Ma il tempo che Boden e Fleck usano per sottolineare come le vite vengano vissute tra una sequenza d’azione (non sempre entusiasmante) e l’altra sono quello che ci farà ricordare Captain Marvel. Il film è appesantito dallo sforzo di diventare l’origin story dell’intero universo cinematografico Marvel (vedremo di nuovo la supereroina in Avengers: Endgame il 24 aprile) e dimentica che il potere del laser che Carol spara con le mani è meno convincente delle intuizioni che emergono dalla sua presa di coscienza.

Tuttavia il fascino low-key del film e l’umorismo bizzarro fanno colpo e creano attesa per il futuro. Non serve la Suprema Intelligenza dell’Universo (che abbiamo sempre pensato assomigliasse ad Annette Bening) per sapere che è saggio giocare sulla lunga distanza. Captain Marvel non vuole limitarsi a essere un’altra wonder woman, ma vuole costruirne un esercito.

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