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‘Capone’, lo Scarface di Tom Hardy è alla frutta

L'attore britannico si immerge completamente nel ruolo del famigerato gangster durante l'ultimo anno della sua vita, anche se il film semplicemente non funziona

Tom Hardy è 'Capone'

Foto: Alan Markfield/Vertical Entertainment

Più di una dozzina di attori hanno interpretato il ruolo di Al Capone, il famigerato gangster dell’era del proibizionismo: da Neville Brand nella serie Gli intoccabili (andata in onda tra il 1959 e il 1963) a Robert De Niro nella versione cinematografica del 1987. Ma nessuno ha mai interpretato il boss della mafia di Chicago, alias Scarface e Nemico pubblico N. 1, con la potenza implosiva di Tom Hardy in Capone (il 20 febbraio su Sky Cinema Uno e Sky Cinema Collection – Gangster, oltre che on demand su Sky e in streaming su NOW TV, ndr). Quello che rende particolarmente audace la versione dell’attore britannico candidato all’Oscar è il fatto che interpreti Capone soltanto nell’ultimo anno della sua vita, quando il corpo della leggenda della malavita fu crivellato non dai proiettili ma dalla sifilide, il suo cervello annientato da una demenza conclamata, le sue attività ridotte a fissare, sbavare e cagare nel letto. Ecco un film che non sarà mai accusato di rendere affascinante l’esistenza di un mafioso.

Capone aveva 48 anni quando morì il 26 gennaio 1947, dopo essere stato in carcere ad Alcatraz per evasione fiscale; era stato rilasciato a causa di un deterioramento mentale e fisico e ha vissuto i suoi ultimi giorni in esilio nella sua villa a Palm Island, in Florida, insieme alla moglie Mae Coughlin (una Linda Cardellini sottoutilizzata). Altri membri della famiglia e amici si sono uniti a lui, tra cui il fratello Ralphie (Al Sapienza) e Sonny (un inquietante Noel Fisher), l’unico figlio di Capone – se non si conta il presunto bastardo Tony (Mason Guccione), che continua a chiamare a orari improbabili. C’è anche Kyle MacLachlan, un dottore bizzarro che insiste che Capone sostituisca i suoi sigari con delle ben più sane carote crude, e Matt Dillon nei panni di un amico che gli cava gli occhi. O forse sta succedendo tutto nella testa di Capone, è difficile da capire.

L’unica costante è un’unità dell’FBI guidata dall’agente Crawford (Jack Lowden), che tiene il gangster sotto sorveglianza costante. Paranoico fino all’ultimo, il nostro – che preferiva farsi chiamare Fonzo, dal suo nome di battesimo Alphonse, e mai Al – li guarda con feroce sospetto. Tutti sembrano pensare che Capone abbia nascosto 10 milioni di dollari rubati nella sua proprietà. Capone ha davvero perso la brocca o finge per tenere i suoi nemici sulle spine? Hardy ci attira nella mentalità distorta di Capone con intensità ipnotizzante, anche quando comunica soprattutto tramite versi, quasi dei grugniti.

Ed eccolo qua: un film su Capone senza violenza sanguinolenta, se escludiamo le sue fantasie di falciare tutti con una pistola Tommy in oro massiccio mentre indossa un pannolone per adulti cadente. È un Capone isolato, separato dal mondo esterno (un sentimento che tutti possiamo comprendere in questo momento). Dopo aver avuto un discreto successo con Chronicle, il suo debutto nel 2012, lo sceneggiatore e regista del film Josh Trank è stato massacrato per I Fantastici Quattro del 2015, il cinecomic-flop che lo ha lasciato distrutto con recensioni negative, incassi ancora peggiori e accuse di comportamenti inadeguati sul set. Capone è il film che Trank ha ricavato da quell’esperienza: «Ero a casa a leggere articoli su di me e mi sembrava che lui fosse questa versione mitologica di una persona fuori controllo che aveva il mio stesso nome», ha detto a The Hollywood Reporter.

Peccato che Trank non riesca a trasformare la sua empatia con Capone in un cinema coerente o avvincente. Il collega Rian Johnson, che aveva sperimentato reazioni controverse al suo Star Wars: Gli ultimi Jedi, ha twittato: «È un film pazzo nel miglior modo possibile e, credetemi, vorrete vederlo». Chiunque sia interessato a come funzionano i film, di successo o meno, dovrebbe davvero vedere Capone, perché Trank non è affatto mediocre: è un talento che cerca qualcosa oltre la formula di Hollywood, anche quando la portata supera la sua presa. A parte l’impegno totale di Hardy, Capone è troppo drammaticamente noioso e faticoso per sostenere la sua ambizione di biopic sovversivo o di una visione profondamente personale della diffamazione pubblica. Quello che è rimasto sullo schermo arriva a singhiozzo, le intuizioni (come Capone che ascolta incredulo una trasmissione radiofonica presumibilmente sulla sua vita) sono diluite da un altro folle tentativo (Capone che spara a un alligatore) di distrarci dal vuoto al centro del film. Ma non archiviate ancora Trank, perché ha del potenziale. E questo biopic criminale mostra quanto basta per sperare in un suo futuro migliore.

Da Rolling Stone USA

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