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Provateci voi a cantare come Brandi Carlile

Grandi interpretazioni, empatia, consapevolezza, sound anni ’70: ‘In These Silent Days’ non è una rivoluzione, ma una conferma. Se vi piace il classico cantautorato americano, è un disco da ascoltare

Brandi Carlile

Foto press

Dopo l’uscita di By the Way, I Forgive You, Brandi Carlile ha vissuto tre anni da favola. Dal 2018 a oggi la cantautrice originaria dello Stato di Washington ha co-fondato il supergruppo country Highwomen, ha suonato Blue di Joni Mitchell in un concerto trionfale, ha prodotto un disco da Grammy per Tanya Tucker, ha scritto un’autobiografia. E ha pure trovato il tempo di suonare The Joke ai Grammy del 2019, sorprendendo tutti quanti, fan e neofiti, con la sua potenza vocale.

Ora apre il nuovo In These Silent Days con una ballata che s’intitola Right on Time e che parla di scuse e comprensione. Inizia con accordi solenni di pianoforte per poi aprirsi in modo melodrammatico. “Avevo torto”, canta in un crescendo da brividi. Poi la musica si ferma: “Ma ero perfettamente in tempo”. È chiaro che Carlile non vuole rivoluzionare il suo stile vincente, quanto semmai rifinire i punti di forza dell’album precedente, a partire dall’uso della voce.

L’influenza di Joni Mitchell si sente un po’ovunque nel disco, così come riferimenti a Elton John e ad altri classici delle radio FM anni ’70. Ancora una volta al lavoro coi produttori di By the Way Dave Cobb e Shooter Jennings, in You and Me on the Rock Carlile mescola la sua scrittura intima con un po’ di California di Joni Mitchell; nell’atto d’accusa alla religione Sinners, Saints and Fools fa sfoggio d’una spavalderia degna di Elton John; in Broken Horses c’è invece un ibrido tra Led Zeppelin e Bad Company arricchito da splendide armonie e dall’arrangiamento curato dei partner creativi di Carlile, Tim e Phil Hanseroth.

Se in By the Way, I Forgive You Carlile carezzava l’idea di perdonare chi l’ha tradita, nel nuovo album è lei in cerca di redenzione. In Mama Werewolf si descrive come una creatura instancabile “sveglia quando il resto del mondo dovrebbe dormire” e chiede alla figlia di essere “la pallottola d’argento” che la fa tornare alla normalità. Nell’inquietante When You’re Wrong, si preoccupa della distanza che cresce tra lei e una persona “che potrebbe esserci oggi, ma diventare un fantasma domani”, accompagnata da suoni di chitarra fragorosi e dal suo urlo distorto.

Non tutte le nuove canzoni sono all’altezza delle cose migliori di Carlile. Letter to the Past sembra perdersi tra le metafore su come ci si sente ad essere “un muro di pietra in un mondo d’elastici”, mentre Stay Gentle copre territori già battuti in The Mother e The Joke.

Carlile, eccelle quando canta di empatia e consapevolezza. Nello scarno brano di chiusura del disco, Throwing Good After Bad, parla di chi è “dipendente dal brivido, dalla corsa, dalla novità” anche a costo di perdere tutto. “Ora la festa è finita e balli da sola”, avverte. “Giri in tondo da ore, la band è andata a casa”.

È un messaggio che potrebbe andar bene per qualunque performer lavorani duramente mentre la famiglia resta a casa, oppure per la stessa Carlile, un modo per ricordarsi di mettersi alle spalle le stronzate da rockstar. In ogni caso, è uno di quei brani vulnerabili e complessi che l’hanno resa un’artista in cui è facile riconoscersi.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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