Bon Iver, Aaron Dessner e Taylor Swift cantano la fine della giovinezza | Rolling Stone Italia
Home Recensioni

Bon Iver, Aaron Dessner e Taylor Swift cantano la fine della giovinezza

È il tema al centro di ‘How Do You Think It’s Gonna Last?’ del progetto Big Red Machine. È un disco di grandi melodie e momenti sperimentali, scritto da trenta/quarantenni alla ricerca di un'identità

Justin Vernon e Aaron Dessner, ovvero i Big Red Machine

Foto: Graham Tolbert

Dicono che per educare un bambino ci vuole un intero villaggio. E così, per il loro secondo album, i membri del progetto collaborativo Big Red Machine (ovvero il chitarrista dei National Aaron Dessner e Justin “Bon Iver” Vernon) hanno deciso di invitare abbastanza amici da fare una festa. Il risultato è How Long Do You Think It’s Gonna Last?, un disco lento e malinconico che parla di infanzia e dell’effetto che ha sulla vita adulta, ma anche di depressione, ansia e altre cosette divertenti.

Nonostante l’album si basi sulle melodie pianistiche di Dessner, che galleggiano sul confine tra malinconia e nostalgia, e il falsetto istantaneamente riconoscibile di Vernon, qui i due si fanno aiutare da chiunque: Taylor Swift, Anaïs Mitchell, Fleet Foxes, Ilsey, Naeem Juwan, Sharon Van Etten.

Dessner ha prodotto i dischi folk di Swift Folklore ed Evermore, a cui ha collaborato Vernon. Ora lei restituisce il favore mettendo la voce alla tremolante Birch e cantando e partecipando alla scrittura dell’inquietate Renegade. “Sarebbe insensibile se dicessi di ripigliarti cosicché possa amarti?”, canta Taylor. Chissà quante persone hanno ascoltato le stesse parole? (Spoiler: probabilmente tutti i “rinnegati” che danno il titolo alla canzone).

Ci sono anche momenti genuinamente sperimentali: Easy to Sabotage, registrata parzialmente dal vivo, gira attorno a un ritornello che non si risolve mai, ma prende vita attorno alla voce distorta di Juwan. Sono i suoni delle fatiche emotive di un adulto, dei trentenni che cercano di dare un senso alla fine della giovinezza, che capiscono che i loro problemi non svaniranno solo smettendo di ubriacarsi ogni sera.

La presenza vocale più intrigante, però, è proprio quella di Dessner, probabilmente perché non l’abbiamo mai sentito cantare così in primo piano. In The Ghost of Cincinnati sembra un Paul Simon indie rock, un tipo armato di chitarra acustica e stanco della vita, e che ancora non sa cosa fare per cambiare le cose. Trova un po’ di speranza nei ritmi scattanti di Magnolia (che in realtà parla di una donna in una relazione tossica). Con Brycie, invece, firma un’ode commovente al gemello e collega dei National, Bryce Dessner. “Dormo dolcemente quando ci sei anche tu / Mi aiuti a stare a galla / Quanto credi che durerà?”. È la domanda che si pone chiunque stia soffrendo. È anche il titolo di questo disco, la dimostrazione che certe battaglie sono reali e che tutti le combattono.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.