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Fermi tutti, il Dylan anni ’80 non era poi tanto male

Il boxset 'Springtime In New York' dimostra che Dylan era finito nel pozzo senza fondo dell’oblio culturale, ma sapeva ancora scrivere e interpretare grandi canzoni. Solo che poi non le pubblicava

Bob Dylan nel 1983

Foto: Aaron Rapoport/Corbis/Getty Images

Si sa che gli anni ’80 sono stati il periodo nero di Bob Dylan. Stentava a trovare un posto nell’era di MTV e pubblicava album pasticciati se non kitsch, che difatti critica e fan facevano a pezzi. Lo stesso Dylan non difende i dischi fatti in quegli anni e in Chronicles del 2004 ricorda d’essere finito nel pozzo senza fondo dell’oblio culturale.

Ora però il nuovo capitolo delle sue Bootleg Series titolato Springtime In New York 1980-1985 spinge a rivalutarne quel periodo. La gran quantità di materiale – 54 pezzi inediti – prova che persino al suo peggio Dylan scriveva grande musica. Solo che non metteva le canzoni migliori negli album. Più che sul lato creativo, è un fallimento su quello della cura delle sue opere.

Al centro della collezione di cinque CD c’è l’album del 1983 Infidels, ma si coprono anche il disco precedente e quello successivo. Se Shot of Love faceva parte della serie di album scritti dalla prospettiva di cristiano rinato (“Basta”, sentenziò Rolling Stone), Empire Burlesque era eccessivo e sgargiante e aveva più cose in comune con She’s So Unusual che con Highway 61 Revisited.

Springtime si apre con le registrazioni delle prove nel tardo 1980 del Musical Retrospective Tour dove Dylan è affiancato dalla sottovalutata corista Clydie King. I concerti erano presentati come un ritorno alle vecchie canzoni dopo scalette basate sul gospel, e però al posto di Simple Twist of Fate ci sono cover di successi del periodo come This Night Won’t Last Forever di Bill LaBounty o We Just Disagree di Dave Mason (pare abbia rifatto anche The Rainbow Connection, ma non è inclusa nel boxset). Sono versioni intime, scarne, piene di gioia e forse sono così perché Dylan non pensava che un giorno il pubblico le avrebbe sentite. Ascoltando la sua versione di Sweet Caroline si dimentica persino che è stata scritta da qualcun altro.

Se è vero che nel 1983 Infidels dimostrava la genialità di Dylan nell’assemblare una band – ovvero Mark Knopfler (anche produttore) e Alan Clark dei Dire Straits, Mick Taylor ex dei Rolling Stones e la sezione ritmica reggae formata da Sly Dunbar e Robbie Shakespeare – è altrettanto vero che molte delle canzoni migliori incise in quelle session sono rimaste fuori dal disco a favore di pezzi trascurabili come Union Sundown. Gemme come Foot of Pride e Someone’s Got a Hold of My Heart, da cui nascerà la Tight Connection to My Heart di Empire Burlesque, avrebbero reso l’album infinitamente migliore.

E poi c’è Blind Willie McTell, una delle canzoni migliori di tutta la carriera di Dylan. Una gran versione era già stata pubblicata nel 1991 nel primo capitolo delle Bootleg Series, ma questa è persino meglio, con Dylan che grida “Ci sono quelli dei lavori forzati sull’autostrada / Sento le loro urla ribelli” con una chiarezza incredibile. Ci sono anche due take di Don’t Fall Apart on Me Tonight, la prima delle quali è un lento disperato che ti prende la gola. Com’è possibile che ci siano voluti quasi quarant’anni prima di riuscire ad ascoltarla?

In una versione alternativa di Sweetheart Like You, la protagonista non indossa più un cappello, ma degli stivali. Non cambia la natura misogina del testo che dice: “Sai che una donna come te deve stare a casa, è quello il tuo posto”. Riflettendoci in un’intervista, Dylan ha poi ammesso che «quel verso non è venuto fuori come volevo».

Il materiale relativo a Empire Burlesque è stato ripulito dai sintetizzatori e dai suoni di batteria tipicamente anni ’80 scelti dal produttore Arthur Baker. Restano le canzoni nella loro forma più pura come New Danville Girl, che qui dura quasi 12 minuti. Il pezzo forte è la leggendaria performance del 1984 al Late Night With David Letterman. Un po’ come Neil Young, che aveva preso una sbandata per la new wave e aveva iniziato a collaborare coi Devo, Dylan aveva reclutato per quell’occasione una band punk, i Plugz. Da quei giovani musicisti aveva risucchiato così tanta energia da spingere Letterman a chiedere: «Non è che potete venire ogni giovedì?»

Se Dylan fosse partito in tour con loro, i suoi anni ’80 sarebbero oggi ricordati con toni trionfali? Se avesse scelto per gli album le canzoni migliori, quei dischi sarebbero diventati dei classici? Sono le domande che rendono Springtime coinvolgente e anche necessario.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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