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‘Blaze’, Ethan Hawke racconta il cantante country sghembo e la sua casa sull’albero

La nuova regia dell'attore è un biopic girato con passione, che avrebbe funzionato meglio se fosse stato più sgraziato e ruvido, come il suo protagonista.

Un cantante country che vuole diventare una leggenda, una ragazza ebrea «dai capelli strani» e una casa sull’albero: sono i tre elementi principali di Blaze, il biopic con il quale Ethan Hawke torna alla regia dopo 11 anni di pausa e una lettura chiave. È Living in the Woods in a Tree: Remembering Blaze Foley, memoir scritto proprio dalla ragazza dai capelli strani di Blaze, che racconta un grande breve amore giovanile che è nato in una comune di artisti in Georgia, è durato 2 anni, ha attraversato 10 stati e ha avuto come protagonista un personaggio molto particolare.

Viene naturale dargli del personaggio, e chi non è appassionato del genere potrebbe non averlo mai sentito nominare, ma Blaze è esistito davvero. Michael David Fuller – questo il vero nome del protagonista di Ethan e Sybil, che ha preso parte anche alla sceneggiatura del film – nasce a Malvern, in Arkansas, nel 1949. Canta e suona fin da piccolo nella Singing Fuller Family, la band gospel itinerante formata con la madre, i fratelli e le sorelle e contrae presto la poliomielite, che lo costringerà a zoppicare per tutta la vita.

A vent’anni il ragazzo sghembo che diventerà Blaze Foley abbandona la famiglia e scappa in una comune nella periferia di Whitesburg: è il posto dove incontra Sybil, aspirante drammaturga, e dove si riconoscono. «Tutte le creature selvagge sono timide», dice Ben Dickey ad Alia Shawkat al loro primo incontro, ed è come fosse l’incipit della loro storia. La coppia lascia la comune e si trasferisce in una casa su un albero – lontani da tutti e vicini solo agli scoiattoli, in un’atmosfera di ispirazione reciproca, stringono il legame più forte della loro vita e scrivono i loro primi testi.

A un certo punto, qualcosa nel loro idillio si spezza e arriva il momento di andare via dal bosco, di provare a vivere «nella vita vera». Scesi dall’albero, Blaze e Sybil continueranno a vivere insieme, anche se un tassello importante della loro storia sembra essere andato perso per sempre, fino all’ennesimo e ultimo abbandono del cantante. Foley deciderà di tornare alla vita di musicista senza fissa dimora, in cerca di una fortuna che arriverà e scomparirà ma che rimarrà attaccata al suo brano più famoso: If I Could Only Fly, dedicato a Sybil, mette a nudo le contraddizioni e lo struggimento di un uomo che desidera la sua casa e al tempo stesso ha bisogno di fuggire, e sarà il pezzo che lo farà conoscere al grande pubblico grazie alla cover di Merle Haggard e Willie Nelson.

Per la vera Sybil Rosen (nel film per pochi minuti nel ruolo di sua madre, Mr. Rosen), rivedere su un set le immagini della sua giovinezza è stato doloroso, e alcune sequenze di questo amore finito prematuramente, come la carriera e la vita di Blaze, commuoveranno anche il pubblico. Narrato su tre piani temporali e arricchito da un altro cameo, un Kris Kristofferson che quando appare ruba la scena a tutti, Blaze è un biopic girato con passione, un importante passo avanti nella regia di Hawke, eppure resta il dubbio che se fosse durato meno e fosse assomigliato più al suo protagonista – più sgraziato, meno educato, più ruvido, meno raffinato – il risultato sarebbe stato ancora più suggestivo.

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