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Bill Callahan è uno splendido cinquantenne

Forse ’Gold record’ vive un po’ all’ombra del maestoso lavoro precedente, ma è un disco che ufficializza l’estetica domestica di questa nuova fase della vita del cantautore

Foto: PYMCA/Universal Images Group via Getty Images

Poco più di un anno fa, Bill Callahan ha sorpreso tutti con Shepherd in a Sheepskin Vest, un disco che interrompeva un silenzio lungo un lustro, attraverso venti canzoni una più bella dell’altra. Si trattò di uno dei dischi più validi dell’anno, la cui forza, oltre alle melodie e alla poetica, stava nel cambio di registro e di attitudine di Callahan, da misantropo burbero e solitario a buon marito e amorevole padre di famiglia.

Gold record è un disco che prosegue su questa narrazione degli splendidi cinquant’anni dell’ex Smog e ufficializza l’estetica domestica di questa nuova fase della sua vita. Chi ama la musica di Bill Callahan, sa perfettamente che non troverà sorprese clamorose nel sound, acustico, folk, gutturale, né nelle atmosfere, che nascono al confine tra gli aspetti più futili della vita quotidiana e le digressioni oniriche dei personaggio, autobiografici o meno che siano. A dire il vero, in questo caso, le sorprese non potevano proprio esserci, visto che delle dieci canzoni che compongono il disco, ben nove sono state anticipate come singoli, uno a settimana, durante tutta l’estate. D’altra parte, i pezzi che compongono il Gold record provengono dagli anni e decenni passati, sono state riprese in mano e ultimate dalla versione cantautore responsabile e navigato che incarna oggi Callahan. La versione cinica è che si tratta di pezzi minori che non valeva la pena perdere per strada, la versione romantica è che ci possono volere anche più di vent’anni per completare una canzone. Il caso di Let’s move to the country è emblematico: si tratta di un brano apparso per la prima volta nel 1999, nell’album Knock knock degli Smog. Vent’anni fa si trattava di un flusso di coscienza impacciato e immaturo di un sognatore romantico, che vuole viaggiare senza meta e senza programmi per il Paese, senza responsabilità, tanto che i versi «let’s start a… Let’s have a…» si perdevano nell’inconsistenza dei puntini di sospensione. Oggi quegli spazi vuoti sono stati riempiti e i versi diventano «Let’s start a family, let’s have a baby, or maybe two».

Se Shepherd in a Sheepskin Vest, pur nella sua lunghezza, è un monolite fatto e finito che affronta i temi della vita e della morte e tutto quello che c’è nel mezzo con una delicatezza inaudita, Gold record mostra certamente qualche piccola breccia qua e là. Senza dubbio è un disco che vive un po’ all’ombra del maestoso lavoro precedente, suonando inevitabilmente meno profondo e intenso, anche per stessa scelta dell’autore, che ironizza sin da subito presentandosi come Johnny Cash nel pezzo di apertura Pigeon. Questo non significa che non ci siano passaggi molto alti, soprattutto quando gli arpeggi di chitarra acustica vengono accompagnati da piccole grattate di chitarra elettrica pulita come in Another song o in 35, due pezzi meravigliosi. La voce di Bill Callahan è sempre in splendida forma nel suo abisso baritonale oggi più quieto e caldo che mai e ci sono sempre gli scricchiolii e i rumori di fondo del legno delle case della provincia americana, si riesce a visualizzare una landa desolata fuori dalla finestra, una sedia a dondolo, acchiappasogni appesi a tutti gli angoli della casa, la polvere che svolazza nella lama di luce proiettata sulle pareti. Insomma, c’è tutto quello che serve per un ascolto gradevole e prolungato. Il pezzo che chiude la decina si intitola As I wonder, ancora uno spezzone di biografia, di paternità e di meraviglia, supportata da dei begli ottoni e che finisce in un sospiro.

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