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‘Benvenuti a Marwen’, anche per Zemeckis a volte la fantasia è peggio della realtà


La storia vera di Mark Hogancamp, artista che guarì da un trauma violento costruendo un villaggio per bambole in stile Seconda Guerra Mondiale, è perfetta per il regista di ‘Ritorno al Futuro’, ma non per un adattamento Hollywoodiano. Un’esagerazione glitterata che soffoca le buone idee e la splendida interpretazione di Steve Carell

18 anni fa, in un bar poco fuori Kingston, New York, l’illustratore Mark Hogancamp fu quasi picchiato a morte da cinque teppisti. Risvegliatosi dopo nove giorni di coma con un danno cerebrale e il corpo spezzato e ricoperto di ferite, l’ex soldato non ricorda nulla del suo matrimonio, e nemmeno degli anni passati nella Marina. Ha anche perso ogni talento nel disegno, e tutti i ricordi della famiglia e degli amici con cui ha passato la sua vita. Malato di un terribile disordine post traumatico, Hogancamp cerca di curarsi con la sua arte, costruendo nel suo giardino un villaggio belga della seconda guerra mondiale in miniatura. L’ha popolato di bambole, soprattutto donne, preparate a difenderlo dal prossimo attacco. Il progetto diventò una mostra di successo, e l’artista riuscì a mettere la sua vita sulla strada giusta. Non è possibile inventare una storia come questa.

La vita di Hogancamp meritava di arrivare sul grande schermo – e così è stato, a meraviglia, con il documentario del 2010 di Jeff Malmberg intitolato Marwencol (e che trasforma queste bambole, costruite e fotografate con grazia e adorazione, in una parte integrante della storia). Benvenuti a Marwen, l’adattamento semi-realistico di Hollywood girato da Robert Zemeckis (Forrest Gump, la trilogia di Ritorno al futuro), invece, è una faccenda più complicata. È impossibile dubitare delle buone intenzioni di Zemeckis e Steve Carell, che interpreta Hogancamp con autentica grazia, ma sfortunatamente a questa versione di Marwen manca qualcosa di essenziale.

Parte del problema ha a che fare con la grandezza. Hogancamp costruì la sua città con robaccia, aveva poco denaro e non poteva pagare le bollette mediche. La Marwen di Hollywood, invece, ha dietro una grande produzione, e tra computer grafica e performance capture Zemeckis ha trasformato le bambole in vere e proprie repliche dei nostri eroi, dei loro avversari e dei loro alleati. Il problema è che non sembrano reali – le articolazioni macchinose, la pelle plasticosa -, somigliano all’animazione senza vita già sperimentata da Zemeckis in Polar Express, Beowolf e Canto di Natale. Hogancamp fotografava le sue bambole da supermercato in pose che le facevano sembrare umane, vicine. Queste action figures sono tutto meno che reali.

E lo stesso si potrebbe dire di molte delle cose che hanno preparato per noi Zemeckis e la coautrice Caroline Thompson, soprattutto delle stravaganti sequenze in cui Hogancamp si immagina nei panni di Captain Hogie. Il suo alter ego è un pilota dell’esercito, un macho; i teppisti che l’hanno assalito invece sono i nazisti. Tutto è esagerato per cercare l’elemento sorpresa, ma è tanto semplice ammirare il lavoro tecnico di Zemechis e della sua crew quanto perdere il filo delle vicende umane al centro della storia.

È un sollievo quando il film torna alla realtà. Carell riesce a farci sentire quanto ha bisogno delle donne forti che sono nella sua vita: c’è Janelle Monae nei panni di Julia, la terapista con una gamba sola; Gwendoline Christie di Game of Thrones è Anna, la Russa; Elza Gonzalez è Carlala, che lavora nel bar dove Hogancamp è stato aggredito; e la grande Merito Weaear nei panni di Roberta, che lavora nel negozio di modellistica locale. Voilà! Ecco l’Hogie Team. Aggiungete al mix anche Diane Kruger e la sua Deja Thoris, una strega gelosa che elimina ogni donna che cerca di conquistare il pilota. E infine Nicol (Leslie Mann), la nuova vicina verso cui Mark sviluppa un’attrazione non corrisposta. Lei è l’unica che riesce a stargli vicino.

Poi, proprio quando l’intreccio del mondo reale sta per arrivare al punto, Zemeckis trasforma tutte le donne nelle loro controparti plastificate, e lascia che la realtà ceda il posto alla fantasia. È un peccato, davvero: Hogancamp merita di meglio, e come lui il pubblico. Zemeckis – un regista che sa qualcosa a proposito di chi si perde in un mondo totalmente immaginario – avrebbe potuto trasformare il viaggio nella mente di questo protagonista tragico quantomeno in una provocazione. Il film, invece, è un’occasione persa. Benvenuti a Marwen non è l’opera di un dilettante: è pieno di idee, un tesoro soffocato dalla superficie glitterata e da un’esagerazione incessante. Se volete scavare per trovarlo, buona fortuna.

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