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‘Beautiful Boy’ e la follia di chi non ha nominato Timothée Chalamet all’Oscar

La duplice prospettiva padre-figlio e l'estrema vocazione alla verità donano a questo dramma sulla dipendenza un impatto devastante. Ma sono i due protagonisti, Steve Carell e Chalamet, a renderlo una chicca rara

Le storie vere di dipendenza vi fanno piangere? Allora probabilmente sarete ancora toccati da Beautiful Boy, un esercizio emotivo potentissimo, a cui è impossibile restare indifferenti. Oltre che nella commedia, Steve Carell dimostra di avere talento anche nel dramma, dando un’anima commovente e fiera a David Sheff, giornalista che cerca di affrontare la dipendenza da meth del figlio adolescente, Nic (Timothée Chalamet). La sceneggiatura attinge ai ricordi di padre e figlio, e la duplice prospettiva dona al film un impatto devastante. Certo, Nic è dipendente – ma David è altrettanto dedito a salvarlo. Apparentemente Nic conduce una vita perfetta nella zona della Baia di San Francisco con il padre e la sua seconda moglie Karen (Maura Tierney), affezionandosi parecchio anche ai loro due figli, suoi fratellastri. Ma la tossicodipendenza rende bugiardi, e le chiamate di David a Los Angeles per parlare con la madre di Nic, Vicki (Amy Ryan), rivelano una tensione post-divorzio che si può tagliare con il coltello.

Al contrario della maggior parte dei drammi sulla droga, il punto che questo film centra in pieno è che la dipendenza non è sempre una reazione ai traumi della vita. Nic spiega che semplicemente gli piace il modo in cui il meth lo fa sentire. I momenti migliori valgono anche quelli peggiori. E il film è trasparente nel mostrare il deterioramento fisico e morale di Nic. Il suo coinvolgimento con un’altra tossica, Lauren (Kaitlyn Dever), porta entrambi alla quasi distruzione reciproca. Eppure tutti i tentativi di Nic di riabilitazione, di andare al college, di riconnettersi come essere umano alle persone che un tempo chiamava famiglia, si sommano uno dopo l’altro nell’urgente bisogno di un’altra soluzione.

Il circolo vizioso di guarigione/ricaduta viene reso con una sorprendente immediatezza. Nel suo primo film americano, il regista belga Felix Van Groeningen (Alabama Monroe – Una storia d’amore), che dirige sulla base una sceneggiatura forse troppo schematica di Luke Davies, dimostra che sa come lavorarsi il pubblico. Questo film ti mette davvero alla prova. Ma sono i due protagonisti che, grazie alle loro performance straordinarie e viscerali, rendono questo film davvero una chicca rara. La scena del regresso di Chalamet da sola avrebbe dovuto assicurare all’attore di Chiamami col tuo nome una nomination all’Oscar (che assurdamente non è arrivata). E Carell ci fa sentire il dolore di un genitore spinto quasi alla rassegnazione. È un film duro, dolorosamente tenero che si rifiuta di giocare su false speranze o sentimenti smielosi. Quell’estrema vocazione alla verità è ciò che rende Beautiful Boy difficile da guardare e impossibile da dimenticare.

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