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‘Baby’: era giusto provarci. Ma farlo sul serio.

Sembrava avere tutto: dai registi giusti agli sceneggiatori, giovanissimi. Ma lo storytelling e la strategia di marketing sono infinitamente più interessanti, curate e avvincenti di quello che ci troverete dentro. Perché la serie ci restituisce un mondo troppo stereotipato, a scapito della profondità.

La prima regola dei Parioli è che i Parioli non esistono. O comunque non se ne parla. Davvero, intendiamo. Tutti a Roma conosciamo quel ghetto dorato per ricchi, dove i valori nuotano nei soldi, nelle droghe pesanti, nelle truffe finanziarie, in tinte bionde in cui la ricrescita è considerato un reato penale, in chirurghi plastici da cui si va, come a messa, almeno una volta a settimana.
Insomma, Baby, anche solo per la sua location che è un quartiere di Roma ma anche un luogo dell’anima, era l’occasione definitiva per fare un prodotto provocatorio, dirimente nella storia della serialità italiana. Sembrava avere tutto: dai registi, Andrea De Sica (I figli della notte, a livello di regia, è stato uno degli esordi più interessanti dell’ultimo biennio) e Anna Negri (una delle Ragazze del porno), fino ai GRAMS, il collettivo di scrittura che, affiancato da Giacomo Durzi e Isabella Aguilar, ne ha partorito idea e storia: poco più di un secolo in cinque. Va detto subito, però, che il soggetto e la sceneggiatura della storia che ha portato a Baby, il suo storytelling, la sua strategia di marketing, sono infinitamente più interessanti, curate e avvincenti di quello che ci troverete dentro.

Sì, l’ho vista tutta, forse perché era difficile credere a una serie di inciampi così clamorosi. Alice Pagani, già giovane escort per Sorrentino, e Benedetta Porcaroli, che aveva mostrato ottime capacità recitative (Tutto può succedere in tv, Quanto basta e Perfetti sconosciuti al cinema), ci provano. Ma il cuore del fallimento di Baby – solo nella qualità, perché ha invaso l’immaginario di questo fine 2018 grazie a Netflix, alla sua strategia comunicativa e a una stampa pruriginosa – non è negli attori (persino fuoriclasse come Calabresi, Ranzi e Ragno faticano a carburare qui), ma nella scrittura. Non solo nei dialoghi, spesso improbabili e impreziositi dalle uscite borgatare del ribelle, tanto per gradire di origini mediorientali, e dalle vocali strascinate della principessa; non solo nelle frasi fatte che entrano a gamba tesa a dar vita alle svolte di sceneggiatura, ma proprio nel concept del racconto. Nelle motivazioni profonde di ciò che accade e ciò che si vuole descrivere.

Se vuoi scarnificare Parioli, la Roma bene che va con le ragazzine, dovresti raccontare il nichilismo in cappottino di genitori che amano solo i loro cani, le loro macchine e la loro reputazione, così come la vacuità di un’adolescenza che nasce nei festini degli anni ’80 dell’aristocrazia artistica e imprenditoriale capitolina e che ora, semplicemente, è diventato un modello industriale. Poteva uscirne un noir monumentale, angosciante, feroce, avvincente. E invece si è scelta la strada della soap, dei cuori spezzati che per ricomporsi cercano di diventare delle moderne e grottesche Madame Bovary, sempre attenti però a non dare una verosimiglianza a quei maschi predatori, rinchiusi dentro lo stereotipo dello squallido professionista solo (il nerd o il dentista, perché pare brutto parlare dei veri pariolini, quelli de La grande bellezza sorrentiniana per intenderci, quelli che si incontrano nei salotti della gente che piace), per cui provi compassione. Sì, perché Baby è una serie ambigua, così portata a disegnare una gioventù bruciata da assolvere un mondo di mezzo rinchiuso in un night. E quella gioventù peraltro anch’essa annegata in stereotipi rassicuranti, come il gay represso col padre autoritario, le giovani milf insoddisfatte in cerca disperata di toy boy, il ragazzo di periferia col papà ambasciatore che aveva una seconda famiglia a Roma Sud, le dinamiche sociali da Beverly Hills 90210 ma soft porn (Ludo è Kelly mora e meno simpatica). Pure troppo soft, perché altrimenti se sei Netflix come lo vendi in tutto il mondo?

E qui viene a crollare tutto, perché o nascondi o mostri i mostri, o nella tana dell’orco porco entri e ti sporchi le mani, oppure rimetto il vecchio VHS di Lolita di Kubrick invece di restare a guardare una parodia moderna di Gossip Girl. Non a caso dopo l’incidente d’auto, quando Baby prova a essere altro, quando si libera dall’ossessione di essere il Bignami for dummies della Roma Nord maledetta, migliora (per chi fosse interessato, dalla sesta e ultima puntata).

Non credi a quei ragazzini imbronciati, a quelle ragazzine che sanno essere molto più volgari e snob di così – sì, ai Parioli i due fenomeni si presentano contemporaneamente – a quei genitori che in fondo sono buoni e altruisti ma tanto tanto infelici (le donne sono soffocate da uomini egoisti che a loro volta vivono con megere isteriche, entrambi hanno amanti come in Romolo+Giuly, di cui qui a ogni fotogramma senti una nostalgia struggente), non ci credi perché è come guardare I ragazzi della III C, divertentissimi per carità, rifare Friends. Baby è un prodotto vecchio, senza mordente, incapace di prendere una posizione sul racconto artistico, morale, visivo che vuole affrontare, che ci avrebbe stupito e si sarebbe fatto apprezzare 30 anni fa. Forse. E per giunta la colonna sonora, che ha una certa importanza, a tratti è interessante sì, ma quasi sempre incoerente.

Baby ha un vantaggio però: visto quando non hai ancora fatto la maturità oppure in compagnia, se sei romano, innaffiato da un ottimo alcol, diventa un diversivo niente male, una sorta di autoparodia in cui trovi il grottesco di certe espressioni, e dicendola con Ludo, diventa persino una “presa bene”. Era giusto provarci. Ma farlo sul serio.

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