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Avere trent’anni secondo i Fast Animals and Slow Kids

Il nuovo album della band perugina, "Animali Notturni", racconta il cambio di prospettiva semantica che dai 20 spalanca le porte su un altro mondo. E gliene siamo grati

Fino a oggi la maggior parte degli sforzi dell’indie italiano per costruire una narrazione generazionale, si sono concentrati sul macro-tema e spauracchio della fine dei vent’anni, un terreno fertile dove trovare idee, immagini, paure, con cui farcire i testi delle canzoni e alimentare un senso di appartenenza con il proprio pubblico. Anche se da un punto di vista logico e di banale anagrafe, la fine dei vent’anni coincide esattamente con l’inizio dei trent’anni, il cambio di prospettiva semantica spalanca le porte su un altro mondo, quello che si vede stando dall’altra parte della barricata. Ecco, la prima cosa a cui si pensa ascoltando Animali notturni, il quinto album dei Fast Animals Slow Kids, è che la band perugina stia continuando quella narrazione generazionale, muovendo però i primi passi dall’altra parte della barricata.

«Dove son finiti tutti quanti?» chiunque abbia compiuto i fatidici trenta si è posto almeno una volta questa domanda, in cerca di qualcuno con cui farsi due chiacchiere e una birra durante una qualsiasi sera feriale, un’attività normalissima fino a pochissimo tempo fa e invece ora sono tutti stanchi, sono tutti tornati tardi dal lavoro, tutti incasinati e lontani. «Dove son finiti tutti quanti?» è anche il primo verso della titletrack che apre il disco e che già di per sé basterebbe a raccontare il cambio di prospettiva semantica di cui sopra: «adesso che si contano gli impegni, che non mi godo più gli istanti, che ho paura che sia tardi» e, soprattutto, adesso che ci sentiamo un po’ soli.

Benvenuti trent’anni, era ora che qualcuno iniziasse a cantarli. I FASK sono amati dai propri fan per l’energia che sprigionano dal vivo, per le sudate sottopalco e i lividi che si contano il giorno dopo un loro concerto, ordinaria amministrazione per gli animali notturni insomma, ma in questo ultimo capitolo della loro carriera si nota anche un salto di qualità in fase di produzione, affidata a Matteo Cantaluppi, che ha conferito alle undici tracce un suono molto più compatto, più coerente e curato, senza però disperdere la carica degli esordi. Il suono delle chitarre è meno hardcore e grezzo, ma non c’è pericolo che dal vivo gli amplificatori non deflagrino come sempre.

Proseguendo sul percorso avviato dal precedente Forse non è la felicità, i testi puntano dritti ad aspetti emozionali e introspettivi, che parlano direttamente alla pancia e al cuore degli ascoltatori con grande consapevolezza: due esempi sono Non potrei mai o Radio Radio, che mischiano attualità e vita personale, provocazioni alle radio generaliste e relazioni che fanno soffrire. Bisogna tornare ancora una volta sulla narrazione dei trent’anni, che in Canzoni tristi emerge ancora più evidente: «Per tanti anni pensavo fosse alternativo fare il punk, ma oggi ho trent’anni, vorrei soltanto dire quello che mi va» che però significa anche «rifiutare i soldi dell’affitto dei miei, che sto sprecando per bermi il mondo».

Insomma: buone notizie per tutti. Chi continuerà ad andare ai concerti dei FASK potrà ancora urlare i sempre efficaci ritornelli scritti da Aimone Romizi andando a dormire coi fischi nelle orecchie. Chi invece dovrà saltare qualche appuntamento e restare a casa perché il giorno dopo deve lavorare, può consolarsi con un disco maturo di una band che ha acquisito grande qualità anche fuori dalla dimensione live, ed è giunta a una nuova maturità artistica con le proprie forze. E pure con qualche merito.

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