‘Army of the Dead’ di Zack Snyder: più che zombie questi sono zzz…ombie | Rolling Stone Italia
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‘Army of the Dead’ di Zack Snyder: più che zombie questi sono zzz…ombie

L’autore di ‘Watchmen’ e ‘Justice League’ torna all’universo di George A. Romero che aveva già omaggiato agli esordi, e ci aggiunge un twist da ‘heist movie’. Ma, nonostante il cast riuscitissimo, il risultato convince a metà

Dave Bautista in ‘Army of the Dead’ di Zack Snyder

Foto: Clay Enos/Netflix

«Ho sempre usato gli zombie come simbolo per una satira o una critica politica e sociale», ha detto George A. Romero nel 2013. «E trovo che questo manchi in ciò che vediamo ora». Ora era il momento in cui uscì The Walking Dead («una soap opera con, incidentalmente, degli zombie»), ma vale per tutta questa nuova ondata di zombie movie (e serie). Possiamo scorrere una lista infinita di titoli, da quelli approvati dallo stesso Romero (L’alba dei morti dementi) a quelli che ha bocciato (World War Z); da quelli che gli sono piaciuti un po’ di più (i film della saga Resident Evil, o almeno un paio) a quelli che avrei desiderato girasse lui (ancora il ciclo Resident Evil, per il quale una volta Romero scrisse un copione).

Romero non è il “proprietario” di quel genere, naturalmente, anche se i suoi contributi al tema riecheggiano più di tutti gli altri anche nel presente. Ma continua ad essere il nome-simbolo di questo soggetto da quando il suo La notte dei morti viventi ha rivoluzionato il cinema anni ’60. Il suo ultimo film, Survival of the Dead – L’isola dei sopravvissuti, è uscito nel 2009; ed è stato preceduto da Le cronache dei morti viventi nel 2007 e La terra dei morti viventi nel 2005. L’anno prima, nel 2004, un mocciosetto esaltato di nome di Zack Snyder, allora esordiente, girò un remake di Romero che oggi sembra legato al tempo in cui fu realizzato esattamente come i primi film di Romero, visto che fu pensato in uno stile che era del tutto inedito per l’epoca che stavamo allora vivendo. Il film è L’alba dei morti viventi, con Mekhi Phifer nei panni del co-protagonista and Sarah Polley che impugnava una pistola: che epoca meravigliosa.

In fatto di zombie movie, Snyder era stato battuto, al tempo, da 28 giorni dopo di Danny Boyle, uscito due anni prima. Ma non importa: la sua Alba fece buoni incassi e lanciò la carriera dell’autore nel cinema blockbuster. Ed eccoci qua. Ancora. Siamo al vertice di quella che sembra una zombiepocalypse di altissimo livello, ma è come se avessimo bisogno di una nuova, in senso letterale, per il franchise sui Morti viventi.

Army of the Dead, il nuovo zombie-heist movie di Zack Snyder disponibile su Netflix, ha già in preparazione un sequel (diretto dalla nuova star del genere Matthias Schweighöfer) e uno spin-off anime, entrambi prodotti dalla piattaforma di Ted Sarandos. Perciò siamo davvero all’inizio di un universo inedito, e questo Army of the Dead pare indicare benissimo quale sarà il nuovo corso. Army of the Dead non è né il migliore né il peggiore film di Snyder. Tenendo insieme i due estremi dentro un prodotto pop comunque godibile, il film fa di tutto per assumere la dovuta rilevanza all’interno del canone, offre la giusta dose di sorprese per nulla sorprendenti e si distingue in quanto a regole del genere per arrivare a un risultato di totale parità tra bello e brutto.

Nei film di zombie gli spoiler sono vietati, dunque diremo brevemente che Las Vegas, la città piena di quei totem alla ricchezza che solo chi gioca d’azzardo poteva immaginare, è diventata un luogo popolato da zombie. È un’emergenza ancora contenuta, ma, per prevenire i problemi che potranno sorgere, il governo ha deciso di risolvere la questione alla radice sganciando sulla città una bomba nucleare. Il che non è certo una buona notizia per chi ci vive.

Da qui parte l’heist movie e, insieme, lo zombie movie classico. Army of the Dead segue un gruppo di gentaglia, tra la quale si annidano persone che avevano dimostrato di essere degli eroi prima che la città finisse in mano agli zombie (e che loro stessi diventassero i loro umili servi). Hanno tutti un dollaro o due su cui contare, sono felici (e disperati) al punto giusto da partecipare a un piano che potrebbe valere lo sforzo: per sottrarre milioni al magnate di un casinò, un altro riccone è pronto a pagarli pur di sottoporli a quel rischio mortale. Ed è lì – dopo le solite sequenze viste e riviste, il consueto teatrino per mettere insieme la gang, le ridondanti backstory e gli incontri ravvicinati con gli zombie che cercano di dare un po’ di ritmo a una storia che è soprattutto un ritratto di personaggi – che sta tutto il film.

Army of the Dead segue formula abbastanza efficace a garantire una notevole collezione di momenti pop: che è ciò che Snyder porta a casa con facilità. Come sempre accade con questo autore, ci sono però un po’ di piste che spereresti fossero sviluppate meglio, e momenti anche solo intriganti o inaspettati che meriterebbero più spazio e spessore, invece che restare piccole tessere del solito puzzle chi-ha-fatto-cosa. Visto che il film non fa niente di tutto questo – né va fino in fondo nell’affresco zombie – quello che si staglia sullo schermo non è il film in sé, ma il cast che è stato assemblato.

Cioè Dave Bautista, Omari Hardwick, Ana de la Reguera, Nora Arnezeder, Raúl Castillo, un perfettamente stronzo Garret Dillahunt e Hiroyuki Sanada nei panni del riccone che fa cose da ricconi; e, più di tutti, Tig Notaro (che ha rimpiazzato Chris D’Elia dopo le accuse di molestie contro quest’ultimo) alias una tostissima pilota d’elicottero e Theo Rossi che dà volto a un vero pezzo di merda. Non sono attori di cui si sente parlare spesso; ma, in alcuni casi in particolare, sono perfetti per incarnare dei veri e propri stereotipi – che sono in misura assai abbondante, come si può immaginare – e per trovare il modo di rendere più gustoso qualcosa che resta sempre senz’anima. Persino più degli zombie.

Snyder, accreditato anche come co-sceneggiatore e direttore della fotografia, sembra divertirsi un mondo. Soprattutto a omaggiare lo sguardo più recente di Romero sul genere, cosa che aveva già fatto nell’Alba dei morti viventi. Ma viene da pensare alla dichiarazione del veterano del cinema horror che abbiamo citato all’inizio già davanti alle primissime scene di Army of the Dead, tra incidenti militari, rimandi alle recenti proteste del Campidoglio, controlli della temperatura e un “coyote” che supera certi pericolosi confini… La produzione del film è iniziata nel 2019 (dopo che per molti anni il progetto è rimasto in stand-by) ed è finita lo scorso anno, con le scene che vedono protagonista Notaro. Ma chiamarlo un film “pandemico” – più di quanto gli zombie non lo siano già, intendo – non è del tutto corretto.

Ana de la Reguera in una scena del film. Foto: Clay Enos/Netflix

È l’effetto catartico prodotto dal film a funzionare più di tutto. Army of the Dead funziona solo in parte come heist movie: anche perché, considerate le vittime che gli zombie lasciano sul campo, questo è più che altro un Ocean’s 2. Ma vedere persone che lottano contro una sorta di peste fa il suo effetto, di questi tempi. Tuttavia, Army of the Dead pare un action più misurato persino per gli standard di Snyder, dunque anche l’eroismo è decisamente tenuto a bada. Non c’è nulla della mitologia supereroistica di precedenti come L’uomo d’acciaio, per intenderci: è tutto più caotico e casuale.

Il film è inspiegabilmente melenso: il che è un tratto positivo rispetto all’opera di certi registi di genere, ma a Snyder questo sentimentalismo non sempre dona. Qui come altrove, prende quella che spesso è la parte buona dei suoi film – attori talentuosi che riescono a risollevare anche il materiale un po’ sciapo che hanno a disposizione per portare ironia e leggerezza nel mondo tendenzialmente cupo del regista – e la liquida in quattro e quattr’otto. Il film sarebbe stato più bello, più tagliente, anche un po’ più umano, se avesse lasciato che questi mercenari facessero i mercenari, e se non avesse messo loro in bocca dei “ti amo” affrettati, delle richieste di perdono o delle svolte emotive che non c’entrano coi finali veri e propri.

Ma l’alternativa non sarebbe stato un film di Snyder. I suoi personaggi non hanno visto Heat – La sfida; non sanno che vite come queste sarebbero vissute meglio riducendo all’osso i legami tra le persone, e che quello che conta in questi casi è la capacità di lasciarsi tutto alle spalle da un momento all’altro. Il momento a mio avviso migliore del film è di pura fantasia: la proiezione in stile videogame di un personaggio su ciò che potrebbe essere la vita altrove, in un buco chiamato Lost Vegas. È una specie di loop circolare, con tutti i nostri eroi che imbracciano armi e sparano contro un manipolo di morti viventi. Più triste di qualsiasi morte di qualsiasi personaggio è stata, per me, la scoperta che era solo frutto dell’immaginazione: perché quella scena è molto più vivida di tutte le due ore e rotte di film.

Che Army of the Dead avrà o meno un seguito – ed è difficile pensare che non succederà – è chiaro che la sua ambizione è quella di inaugurare un franchise. Ma la prospettiva non è entusiasmante. Sai già dove andrà a parare, perché Snyder – e in parte è il suo merito – ha costruito un universo ormai fin troppo familiare. A volte ci dà grandi soddisfazioni, e anche Army of the Dead sa tutto sommato garantirle. Ma abbiamo visto risultati migliori.

Da Rolling Stone USA

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