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‘Archives Vol. II’ è l’audioenciclopedia del periodo migliore di Neil Young

Il secondo box set dedicato agli archivi del cantautore è pieno di capolavori, ma anche di canzoni imperfette: «La gente deve sapere che facevo musica ora grande e ora pessima»

Neil Young a Nagoya, in Giappone, nel 1976

Foto: Gutchie Kojima/Shinko Music/Getty Images

Il 26 agosto 1973, Joni Mitchell arriva allo Studio Instrument Rentals di Los Angeles, mentre Neil Young e la sua band – i Santa Monica Flyers – registrano l’ubriaco Tonight’s the Night. Insieme ai chitarristi Ben Keith e Nils Lofgren, il batterista Ralph Molina e il bassista Billy Talbot, Mitchell e Young cantano Raised on Robbery, un brano che presto sarebbe uscito sull’album della cantante Court and Spark.

Se le session di Tonight’s the Night sono state «una veglia irlandese sbronza», come le ha definite Talbot, questa take di Raised on Robbery ne rappresenta l’elogio funebre. Mitchell e Young, due canadesi del segno dello Scorpione le cui strade si sono incrociate ben prima di quella notte, cantano assieme il ritornello, con la voce di Neil che arranca dietro a quella di Joni. “Ehi amore, hai un sacco di soldi”, canta lei su un arrangiamento caotico. “Portaci una bottiglia / Ci rideremo un po’ su / bevo un po’ di Gin / sono cresciuta a rapine”.

Con il tempo, l’apparizione in studio di Mitchell è diventata leggendaria, mentre quella take è rimasta un mistero. Almeno fino a oggi, perché è una delle tante, tantissime gemme di Archives Vol. II (1972-1976), la raccolta di Young accessibile sul suo sito dopo anni di attesa (la versione retail uscirà nel marzo 2021, ndr). Contiene 12 brani mai sentiti prima e 50 versioni inedite di canzoni già note. Se il primo volume del progetto Archives – uscito nel giugno 2009 – era dedicato al lungo periodo compreso fra il 1963 e il 1972, il secondo copre solo quattro anni. È considerato il picco della carriera di Young, un’epoca in cui era talmente produttivo che la sua etichetta non riusciva a star dietro alla sua musica.

Dei dieci dischi del Vol. II, tre contengono materiale uscito in precedenti progetti degli archivi: i live del 1973 Tuscaloosa e Roxy: Tonight’s the Night Live e l’album perduto del 1975 Homegrown. Molte canzoni appaiono in più versioni: Love/Art Blues è inserita tre volte nello stesso disco (The Old Homestead), e ascoltarla ci getta in un loop non troppo diverso da quello della nostra vita durante la pandemia. Il brano è apparso per la prima volta in CSNY 1974, il live uscito nel 2004, ma queste tre versioni sono state tutte registrate al Broken Arrow Ranch di Young. La prima è probabilmente la migliore: Young suona da solo, senza nessuno ad accompagnarlo, ed è difficile non commuoversi mentre racconta di dover scegliere tra le cose migliori che abbia mai avuto.

Per i fan meno hardcore, l’inclusione di materiale già pubblicato e di canzoni ripetute più volte può sembrare noiosa e inutile. I fan hardcore del cantautore, però, non aspettano altro da anni, e saranno più che felici di abbandonarsi a ogni singola variazione di questi pezzi (ehi, The Losing End al Roxy!). L’ossessione per la completezza di Young significa che sono inclusi anche gli errori, e lui ne è perfettamente consapevole.

«Alcune cose sono buone, altre sono spazzatura che non è mai stata pubblicata per un motivo preciso», ha detto del progetto al biografo Jimmy McDonough. «Ma un archivio serve proprio a questo, cazzo, non è un modo per dire: “Ecco Neil Young nella sua magnificenza: la grande, fenomenale, fottuta magnificenza”. Voglio che la gente sappia che ero terribile, spaventato e allo stesso tempo grande. Voglio dare un’immagine realistica, non un prodotto da vendere. E credo che i fan irriducibili vogliano proprio questo: qualcosa di completo».

Vol. II si apre nell’autunno del 1972 e si chiuse con i concerti a Londra e Tokyo con i Crazy Horse del marzo 1976. Il primo disco, Everybody’s Alone, include rarità come Letter from ‘Nam, Come Along and Say You Will e Goodbye Christmas on the Shore. Le registrazioni dei concerti raccontano un Neil Young che ride col pubblico: prima di attaccare L.A. al Memorial Auditorium di Sacramento, nel 1973, canta la seconda strofa di I Got You Babe di Sonny & Cher. «È l’unica volta in tutta la vita in cui ho dovuto scegliere tra Bob Dylan e Sonny Bono», scherza. Lo stesso anno, al Bakersfield Civic Auditorium, introduce Sweet Joni, la sua ballata per Joni Mitchell, dicendo: «Neanche i miei amici più cari hanno mai sentito questa canzone. Potrei sbagliarla completamente!» (per chiudere il cerchio, l’ultima uscita dedicata agli archivi di Mitchell include una cover di Sugar Mountain).

Per quasi due decenni, Neil Young ha chiuso tutti i suoi concerti con Greensleeves, il classico del folk inglese spesso associato al periodo natalizio. Qui chiude il quinto disco, Walk On (1973-1974), in coda al materiale di On the Beach, dopo l’originale Traces e una versione full band di Bad Fog of Loneliness. Per chi è abituato a sentire questo brano così rock e solenne nella versione di Live at Massey Hall 1971, sappiate che qui Young suona più maturo e nobile, aiutato dalle voci di Keith e Molina.

Alcuni degli inediti sono indiscutibilmente splendidi, tra cui Daughters con Nicolette Larson e L.A. Girls and Ocean Boys, uno dei tanti brani ispirati alla fine della relazione con l’attrice Carrie Snodgress. I versi “Perché sei stata con un altro uomo / Tu sei lì e io sono qui” finiranno in Danger Bird, un brano di Zuma. Quell’album è documentato in Dume, disco titolato come la casa di Malibu del cantautore. Segna anche l’arrivo di Frank “Poncho” Sampedro, il chitarrista che è entrato nei Crazy Horse nel 1972, dopo la morte di Danny Whitten, che qui suona il mandolino nella devastante Too Far Gone.

In Vol. II ci sono anche David Crosby, Stephen Stills e Graham Nash, soprattutto nel nono disco, Look Out for My Love (1975-1976). I momenti forti arrivano tutti dalle incisioni ai Criteria Studios di Miami, soprattutto dalle session in cui Stills e Young registrarono Long May You Run: si scambiano assolo sfrenati in Separate Ways, sull’organo di Jerry Aiello. In quella primavera Crosby e Nash hanno registrato dei cori per Ocean Girl, Midnight in the Bay e Human Highway, anche se Young li eliminerà dall’arrangiamento finale. «Crosby e Nash hanno cantato Midnight on the Bay ed era grandiosa», ha detto a Bill Flanagan di Musician nel 1985. «Dico davvero. Non avrei mai dovuto cancellarli. Ma all’epoca mi sembrava la cosa giusta da fare». Ora ha rimediato al suo errore.

Se Vol. II ci dice qualcosa sulla storia di Young è che all’epoca lavorava con la stessa rapidità di oggi. Prima della pandemia, a 75 anni d’età, faceva i concerti migliori della sua vita, infilando in scaletta brani a sorpresa (come New Mama, per la prima volta dopo 42 anni) e partendo in tour ogni volta che ne aveva voglia (come a Winnipeg con i Crazy Horse, durante un vortice polare). Il fatto che non possa tornare a farlo è una delusione enorme, ma sta cercando di rimediare scavando a fondo negli archivi e progettando un’uscita dietro l’altra. Non possiamo ancora lasciare una sala da concerti accompagnati dalle note di Greensleeves, ma ascoltarla da casa un po’ di conforto lo dà.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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