‘Apollo 10 e mezzo’: Richard Linklater alla ricerca dell’immaginazione perduta | Rolling Stone Italia
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‘Apollo 10 e mezzo’: Richard Linklater alla ricerca dell’immaginazione perduta

Il regista di ‘Boyhood’ firma un falso memoir ambientato nell’epoca della conquista dello spazio. Che nasconde la storia, insieme verosimile e fantastica, di qualsiasi ragazzino americano del ’900

Stan, doppiato nella versione adulta da Jack Black, è il protagonista di ‘Apollo 10 e mezzo’ di Richard Linklater

Foto: Netflix

La nostalgia può essere una maledizione, un veleno, una cosa che ti uccide. A meno che, ovviamente, non sia una nostalgia del tutto soggettiva: allora diventa un viaggio sentimentale attraverso i segnali e i lasciti che hanno fatto di te la persona che sei. In questo caso: è la nostalgia così come viene filtrata dalla lente di Richard Linklater, che possiede il talento di rendere quel divagare nella sua memoria al contempo del tutto specifico e incredibilmente universale. Non devi essere stato un aspirante intellettuale con un biglietto dell’InterRail che vaga per Vienna con una ragazza appena conosciuta su un treno per riconoscere la stessa emozione che quel ventenne sperimenta in Prima dell’alba. Non devi aver giocato a baseball negli anni dell’università per rivivere la selvaggia e nebulosa esperienza dei tuoi vent’anni insieme ai protagonisti di Tutti vogliono qualcosa. E non è un requisito necessario essere cresciuto negli anni ’70 per immergersi dentro La vita è un sogno, uno dei rari film che riescono ad afferrare i dettagli di un preciso posto e di una precisa epoca e insieme regalarti la sensazione senza tempo e senza luogo di essere un qualsiasi teenager negli Stati Uniti, non importa in quale decennio specifico.

Come quei film, anche l’ultimo di Linklater – Apollo 10 e mezzo, disponibile su Netflix – guarda al passato con nostalgia. È un viaggio animato nell’età “spaziale” dell’innocenza, un romanzo a chiave in Rotoscope nascosto sotto una classica avventura per ragazzi. Il nostro eroe è Stan (doppiato in originale da Milo Coy), tipico ragazzino di quarta elementare di El Lago, Texas, nel 1969. Mentre sta giocando nel campo della scuola, viene avvicinato da due agenti con le fattezze di Zachary Levi e Glen Powell. Lavorano per la NASA come il padre di Stan, solo che loro hanno più direttamente a che fare con le missioni top-secret del Governo nello spazio. Pare che, alla vigilia dello storico lancio dell’Apollo 11 verso la luna, gli ingegneri abbiano costruito un modulo lunare troppo piccolo. C’è dunque bisogno di qualcuno che abbia la stazza di un ragazzino di dieci anni per testare il modulo prima del lancio vero e proprio. I due hanno scelto Stan per questo compito super segreto. Lo vuole fare per il suo Paese? Ma la vera domanda è: un ragazzino del 1969 potrebbe mai non voler essere un agente segreto-barra-astronauta in missione nello spazio?

Non appena Stan inizia il suo addestramento, però, il regista mette tutto in pausa. Uno Stan ormai adulto (a cui presta la voce un Jack Black più contenuto del solito) diventa il narratore della storia. E, prima di raccontarci come andrà a finire quella missione, decide di mostrarci com’era la vita di un bambino americano alla fine degli anni ’60. Ed è allora Apollo 10 e mezzo si trasforma in una macchina del tempo smile ad autobiografie recenti come Roma, Belfast o Licorice Pizza. Linklater è nato nel 1960, perciò aveva più o meno l’età di Stan quando Neil Armstrong fece quel “piccolo passo per un uomo, ma un grande passo per l’umanità”; come il protagonista del film, ha trascorso gli anni cruciali della sua formazione nei dintorni di Houston. A differenza di Stan, il futuro regista di Slacker è cresciuto solo con due sorelle, e non nel clan in stile Famiglia Brady mostrato sullo schermo, dove è il minore di sei fratelli.

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Ma non è difficile immaginare che Linklater abbia vissuto, esattamente come lui, il passaggio ai telefoni con i tasti, o che abbia pedalato su una bici Schwinn in quelle stesse strade di periferia, e che non si sia ritrovato con un ghiacciolo attaccato alla lingua durante un torrido pomeriggio di luglio nella piscina pubblica. Ed è anche possibile che la sua stessa madre, un po’ come l’irascibile matriarca della finzione, usasse un intero prosciutto in scatola per cucinare, la domenica, tutti i pasti della settimana e fosse una fanatica dei dolci di gelatina. Anche lui come Stan avrà sicuramente viaggiato sul retro del furgone di famiglia in autostrada a più di cento chilometri all’ora, come si usava fare allora, e adesso ricorda quelle gite con un misto di tenerezza e terrore. La giovinezza è un’estate che non ha fine, una successione sfocata di sale da bowling, barbecue in giardino, partite di football, scherzi telefonici con la sigla di Hawaii Squadra Cinque Zero in sottofondo. La guerra era solo una cosa che accadeva in televisione, così come rivolte e attentati. “Penso sia il modo in cui agiscono gli adulti”, recita la voce di Black, che riporta i pensieri di quando Stan era un bambino. Se c’è dell’ironia in questa frase, è quasi impossibile da rintracciare.

Linklater ha definito Apollo 10 e mezzo “un memoir fatto di piccole cose”, ed è facile – forse troppo facile – guardare il film come se fosse soltanto una lunga serie di “ricordi quando…?”. Alla fine degli anni ’60 le serie tv erano bellissime (L’isola di Gilligan! Strega per amore! The Beverly Hillbillies!), e tutto sembrava una novità, e la vita era più semplice? Certo, ma dipende sempre a chi poni la domanda. Questo ritratto di – come recita il sottotitolo originale – “infanzia nell’era della conquista dello spazio” segue la prospettiva di un ragazzino, e un ragazzino soltanto. Non è un esercizio di analisi, questo. Anche quando l’animazione utilizza il Rotoscope, ovvero quel processo che “anima” riprese in live-action (vedi anche i precedenti Waking Life e A Scanner Darkly – Un oscuro scrutare, sempre firmati Linklater), si avverte la sensazione che tutto sia filtrato attraverso una vecchia e sbiadita fotografia scattata su pellicola Kodak.

Ciò che però non fa di Apollo 10 e mezzo l’equivalente cinematografico di un quiz sulla cultura pop anni ’60 è che questo catalogo di memorabilia serve a costruire l’atmosfera in cui ambientare l’avventura del ragazzino protagonista. Ricordate che Stan era stato scelto per quella fighissima missione segreta? Torniamo a quella trovata narrativa quando Neil, Buzz e i loro colleghi cambiano il corso della Storia. Ora che il clima alla Wonder Years è confezionato a dovere e lo spirito del ’69 che riapre i cassetti della memoria è archiviato, il film diventa qualcosa che è per metà ricordato, e per l’altra sognato. Apollo 10 e mezzo inizia come un viaggio nostalgico, una commedia su una classica famiglia americana, un lungo flashback nei territori dell’infanzia. E finisce per diventare un omaggio all’immaginazione, personalissimo e insieme intenso, divertente, commovente. È la Recherche di Linklater, scritta però con il font Atomic DooDads e impacchettata con tutte le piccole cose che abbiamo lasciato alle nostre spalle.

Da Rolling Stone USA

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