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Aphex Twin ha bisogno di sgranchirsi le macchine

Una volta Stockhausen ha detto che Aphex Twin dovrebbe smettere coi ritmi ripetitivi. Ma è solo così che Richard James può sfogarsi
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I dissing nel rap sono già qualcosa di divertente, figuriamoci se a farli sono musicisti rispettati che col rap non c’entrano niente. Uno dei botta e risposta più assurdi della storia infatti riguarda Aphex Twin e Karlheinz Stockhausen, pioniere elettronico di metà Novecento. Risale al ’95, cioè a quando il primo dei due era uno sbarbatello nonché astro nascente della scena elettronica inglese, mentre il secondo era, beh, Karlheinz Stockhausen. Un pilastro dell’accademicissimo serialismo tedesco.

In breve, nel ’95 la rivista The Wire sottopone a Stockhausen alcuni nastri di artisti emergenti della scena techno. Così, giusto per sapere cosa pensa la vecchia scuola della nuova. Tra questi nastri inviati per posta al Maestro c’è ovviamente un po’ di Aphex Twin. “Ho ascoltato attentamente il pezzo Aphex Twin di Richard James” scrive Stockhausen nell’articolo su The Wire intitolato “Advice to Clever Children” (Consiglio per i bambini svegli). “Penso che gli sarebbe d’aiuto ascoltare il mio lavoro Gesang der Jünglinge, che è musica elettronica con la voce di un bambino che canta da solo. Così magari la smetterebbe con tutte queste ripetizioni post-africane e cambierebbe più spesso tempi e ritmi.”

Un tono non proprio cordiale, che dopo poco tempo riceve una risposta adeguata dal giovane Richard James. «Io penso che dovrebbe essere lui ad ascoltare un paio di mie tracce come Didgeridoo. Così sarebbe lui a smettere di fare pattern astratti e casuali su cui è impossibile ballare». È stato un dissing vero e proprio, fra due teste dure che negli anni sono rimaste fedeli ai propri capisaldi. Per cui, se Karlheinz ha firmato composizioni seriali atematiche fino al giorno prima della morte nel 2007 (la madre e la sorella erano convinte che sarebbe risorto qualche giorno dopo—sono serio), anche Aphex Twin si fa trovare lo stesso di sempre nel nuovo Collapse EP. Non solo, in pthex, traccia che chiude le cinque della tracklist, l’ex giovincello ripropone persino un cugino alla lontana del Didgeridoo acido con cui si era difeso da Stockhausen. Movimenti sempre più nervosi e tarantolati col passare degli anni. E pensare che uno vivendo in totale isolamento in Cornovaglia dovrebbe calmarsi, rarefare quantomeno i pattern come su consiglio dei vecchi accademici.

E invece, Richard James sembra ancorarsi saldamente ai suoi anni di piombo di Sheffield—la grande famiglia Warp, AFX, le 909, il sudore, Power Pill, le pupille dilatate ai rave nei warehouse—e risputarli fuori violentemente, improvvisamente. La struttura solida, statica, salda come una vita eremitica da padre di famiglia di tanto in tanto collassa, dominata da un’urgenza di dinamismo, poco importa se con mezzi più comprensibili e melodici (T69 collapse) o attraverso stratagemmi più intrusivi (abundance10edit[2 R8’s, FZ20m & a 909]). Detto in parole povere, Richard James ha fatto un EP apposta per farsi poche date, 3 in tutto di cui l’ultima a Torino, ma apparecchiate con tutti i crismi per divertirsi, sgranchirsi un po’ i circuiti. Sia lui, sia chi come me ci sarà.

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