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‘Annabelle 3’, la bambola assassina manda tutti all’inferno

La terza volta è quella buona per la serie spin-off di 'The Conjuring', che offre una macchina della paura semplice ma efficiente

Annabelle e l'attrice Katie Sarife

Da qualche parte nella Hall of Fame della bambole assassine, tra Chuckie e Talky Tina di Twilight Zone, il giocattolo satanico titolare del franchise di Conjuring ha abbastanza carburante da aver fatto fuori tre spin-off – non male per una figura di porcellana che ha rubato la scena e che in origine era usata come tramite soprannaturale da un culto simile a quello di Charles Manson. (Storia lunga). Non chiamatela “posseduta”, se siete vicini agli investigatori del paranormale Ed e Warren Lorraine (Patrick Wilson e Vera Farmiga). “I demoni non possiedono cose, solo persone”, sostengono, prima che la loro macchina si rompa a tarda notte, in prossimità di un cimitero immerso nella nebbia, proprio davanti a un macabro incidente automobilistico. Annabelle è più un “faro” per gli spiriti arrabbiati. Ovunque vada, segue una carneficina spettrale. I due sono fortunati a uscirne vivi. Non c’è da meravigliarsi se questa manifestazione sacrilega con lo sguardo vuoto è stata rinchiusa in una teca di vetro e benedetta da un prete due volte a settimana.

Gli spettatori appassionati dell’universo di Conjuring sanno che l’antica bambola risiede nel seminterrato dei Warren, un museo virtuale di totem maledetti e giocattoli raccapriccianti. Il pubblico occasionale può indovinare che qualcuno finirà in quel seminterrato, ignorando i segnali che richiedono di non riaprire la cassa per nessun motivo e facendo arrabbiare quel ricettacolo di energie negative. Quindi quando i Warren devono andare fuori città per lavoro e lasciano la figlia Judith (McKenna Grace) sotto la sorveglianza della vicina teenager Mary Ellen (Madison Iseman), è solo una questione di tempo prima che qualche personaggio curioso faccia casino con cose che non deve toccare. In questo caso è l’amica della babysitter Daniela (Katie Sarife), che ha le sue ragioni di voler contattare l’aldilà. Ecco Annabelle. E un saluto alla protezione dalla caos infernale che vuole mangiarti anima.

I racconti originali delle disavventure dei Warren si sono affermati come un affidabile, rispettoso mash-up di religione e horror, paranorm-core e inquietudine suburbana, finemente cesellate dal punto di vista atmosferico e programmate al millesimo per urla e salti sulla sedia. Per quanto riguarda le problematiche, le storie funzionano come versioni beta pulp della più prestigiosa serie gemella, benedetta da una bambola capace di suscitare un terrore primordiale. La loro star è un giocattolo con la faccia bloccata in una smorfia. A seconda dell’illuminazione e dell’angolo di ripresa, può apparire cattiva o MOLTO cattiva. Questi spin-off a volte sembrano la versione scary-movie dell’esprimento Kuleshov, in cui il ritratto di un uomo e la variazione dei suoi stati emozionali varia seconda dell’immagine che segue. Fate un taglio da Annabelle su una ciotola di zuppa, e lei sembrerà affamata; andate con la camera dal suo viso immobile alle porte che si chiudono da sole e agli oggetti che attaccano i proprietari, e la bambola sembrerà la coreografa dell’inferno sulla Terra. La linea tra sciocco e agghiacciante è sottilissima.

Per fortuna il regista Gary Dauberman, un veterano di entrambe le serie e di storytelling che ti entra nel cervello (è anche tra gli sceneggiatori di IT) ha capito l’importanza dell’ironia in questo quadretto. Se Annabelle 3 è il migliore dei tre film fino ad oggi – il livello è basso, ma comunque – è perché Dauberman è consapevole che una storia semplicistica funziona meglio per un mix tra una casa infestata e un labirinto degli specchi. È una macchina della paura altamente efficiente, che intrappola il suo trio di giovani donne in una casa piena di giochi da tavolo da cui spuntano mani e incubi del folclore come il Traghettatore e antiche armature da guerriero giapponese curiosamente consapevoli di quello che hanno intorno. Un bel ragazzo (Michael Cimino, nessuna parentela con il regista) entra nella storia, così come una sorta di segugio infernale. Quando tutto il resto cade a pezzi, basta far tirare violentemente qualcuno da forze invisibili oppure aggiungere terrificanti sussurri.

O, ancora meglio, tagliare sull’espressione preoccupata di McKenna Grace, dato che la giovane attrice ha un misterioso talento per comunicare un senso di terrore ben oltre della sua età. Non estranea al soprannaturale – era una presenza fissa nei flashback di Hill House su Netflix – riesce a dare alla figlia dei Warren un’intelligenza e un’apprensione che va ben oltre la tipica performance da scream queen in erba. Grace fa sembrare l’essere in uno stato di perenne inquietudine una passeggiata. Andrete a vedere il film per il nome del franchise, rimarrete per le scosse tipiche del genere e tornerete a casa pensando a quanto questa ragazzina sembrasse davvero perseguitata. E a quanto posso essere inquietanti le monete che rotolano fuori dall’ombra. Annabelle 3 non reinventa nulla, potrà anche non lasciarvi pietrificati fino al midollo, ma non vi farà uscire dal cinema arrabbiati, e in questa estate di sequel disastrosi perpetui, non è un’impresa da poco. È una festa della paura, una strano ritorno alle origini delle ghost-story. Rispetto ai film precedenti, ne vale la pena.

‘Annabelle Comes Home’ Review: Hello, Evil-Hellspawn Dolly!