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“Anima” è un concentrato puro dell’essenza di Thom Yorke

Dimenticate l'onirismo di "Suspiria" o le armonie di "Tomorrow’s Modern Boxes": il nuovo album del cantante porta alle schizofrenie e alle angosce dei Radiohead di inizio millennio

Thom Yorke a Venezia per presentare la colonna sonora di Suspiria - Foto di Fabrizio Cestari

Foto di Fabrizio Cestari

Thom Yorke, Foto Fabrizio Cestari per Rolling Stone

Ricordo perfettamente il giorno in cui uscì The Eraser, il primo disco solista di Thom Yorke: era il 10 luglio del 2006, il giorno dopo la vittoria dell’Italia ai mondiali in Germania. Come tutti, avevo passato la nottata a festeggiare per strada, suonando il clacson e intonando l’ormai celeberrimo po po po po po po po, rielaborazione coatta del riff di Seven Nation Army. Non appena sveglio, saltai sul decrepito Honda SH 50 viola e in pochi minuti raggiunsi il centro commerciale dove già al tempo faceva fatica a stare aperto il negozio di dischi più vicino.

Tuttora ho un rapporto di amore e odio nei confronti di The Eraser: prima di tutto a causa della custodia in cartoncino sottile del CD, di misure diverse dalle custodie standard e che mi incasina l’ordine visivo nel mobile dei CD, un’idiosincrasia fisica che fa il paio con quella emotiva, visto che da grande fan dei Radiohead temevo che un lavoro da solista fosse il preludio di uno scioglimento, la prova lampante di divergenze artistiche nel gruppo, un punto di non ritorno. Ascoltai con questo grande timore, assieme ovviamente all’eccitazione e alla curiosità, che presto vennero sostituite da una certa delusione e senso di conforto. Quel disco fu la conferma del valore dei Radiohead, del fatto che – capita solo alle band grandi davvero – fossero maggiori della somma delle loro parti. Guarda un po’: 2+2=5.

The Eraser è un disco sostanzialmente mediocre in confronto a un lavoro dei Radiohead, con una gamma inferiore di temperature e di colori su cui variare, con decisamente meno sovraincisioni e sorprese nei fondali sonori delle tracce. Banalmente: è proprio questo che significa “disco solista”, tra l’altro. L’altra faccia di questo ragionamento però è che un disco solista funge anche da radiografia in alta definizione di una parte del processo creativo, il negativo, l’esaltazione di una parte del tutto. Per cui se è vero che i dischi solisti dei componenti dei Radiohead sono meno potenti dei dischi dei Radiohead, è altrettanto vero che sono una fonte preziosa per studiarne a fondo le trame.

Da quel giorno caldo di luglio 2006, di dischi solisti ne hanno fatti uscire parecchi, per quanto riguarda Thom Yorke, ce ne sono altri tre, contando la colonna sonora di Suspiria di Luca Guadagnino e Amok con gli Atoms for peace. Un ricco glossario da consultare per risalire a influenze, citazioni, ricerche e sperimentazioni dei Radiohead degli ultimi quindici anni, ma niente in confronto a Anima, l’ultimo disco solista di Thom Yorke appena uscito assieme a un omonimo cortometraggio di Paul Thomas Anderson disponibile ora su Netflix. Un disco deleuziano, jungiano, fatto di immagini in movimento, immagini paranormali e nate dall’inconscio, Anima è davvero il concentrato più puro di ciò che si ottiene estrapolando l’essenza di Thom Yorke dai Radiohead, in senso letterale, in alcuni casi ci sono le stesse campionature: in Twist quelle di 15 steps, andando ancora più indietro e scavando tra le b-sides c’è la ritmica di Dawn Chorus che ricorda quella di Fog ed è proprio in quel piccolo pozzo di perle preziose di “scarti” dei tempi di Amnesiac (che poi sono a loro volta scarti di Kid A) che il sound di Anima sembra ricondurre con più decisione.

Non a caso la gestazione è stata lenta, o meglio, le nove tracce nascono da idee e appunti di lunga data, probabilmente quindi anche risalenti a inizio millennio, l’epoca d’oro, quando le idee erano forse pure troppe, per questo perle come Kinetic o The amazing sound of orgy, sono state relegate a lati B. Il sound di Anima, nelle sue distopie e nella smaterializzazione, contorsione e dispersione dei sintetizzatori porta di nuovo lì, alle schizofrenie e alle angosce dei Radiohead di inizio millennio. Niente a che vedere con l’onirismo di Suspiria o le armonie di Tomorrow’s Modern Boxes.

Anima è un disco molto meno accomodante del solito, è glitchato e inquieto, anche se si ferma sempre un attimo prima di diventare cacofonico e eccessivamente spigoloso, il che è un peccato, perché crea tutti i presupposti per entrare veramente nell’abisso del caos, che Thom Yorke ci svela solo in parte nell’ultima emozionante traccia Runwayaway. Un indizio, una porta, uno squarcio che non può far altro che proiettarci già verso l’obiettivo principale di questa escursione solitaria: il prossimo disco dei Radiohead.

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