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Anderson .Paak si è tolto dalla scarpa un sassolino gigantesco

È vero: il nuovo "Oxnard" è uno sfoggio di nomi importanti da Snoop Dogg a Kendrick Lamar, da Dr. Dre a Pusha T. Ma c'è davvero qualcuno che può dire qualcosa a un mostro di artista del genere?

Kevin Winter/Getty Images for LiveNation

Kevin Winter/Getty Images for LiveNation

LOS ANGELES, CALIFORNIA - OCTOBER 31: Anderson .Paak performs onstage during "Mac Miller: A Celebration Of Life" Concert Benefiting The Launch Of The Mac Miller Circles Fund at The Greek Theatre on October 31, 2018 in Los Angeles, California. (Photo by Kevin Winter/Getty Images for LiveNation)

Che Anderson .Paak ce l’avesse fatta ce n’eravano già accorti qualche mese fa al live di Milano. C’erano tremila persone e tutti, me compreso, cantavano a memoria le canzoni del ragazzo con la stessa enfasi che di solito riservi a uno storico gruppo che dopo 20 anni fa la reunion, canta il best hits, ultimo tour prima di sciogliersi, lacrimoni, urla.

E invece zero, quello di Anderson non era che il primo live in terra milanese e dopo un’oretta e mezza di gag, smitragliate di batteria e saltelli vocali eravamo usciti da lì talmente storditi ed estasiati da dubitare che tutto quel talento in fare mille cose potesse per davvero essere contenuto in un solo corpo. A ogni modo, su due cose eravamo tutti uniti: 1) tremila persone sono pure poche per un mostro di artista come lui e 2) la prossima volta che sarebbe tornato in Italia le persone nel parterre sarebbero state molte, molte di più.

Lo sapevo io, lo sapeva il resto del pubblico, lo sapeva Anderson. E qui arriviamo a Oxnard, che come dicevamo è il disco di qualcuno che ce l’ha già fatta ampiamente. È l’opera di qualcuno che ha riavuto indietro le soddisfazioni che per buona parte della vita gli sono state negate, ma che ora vuole anche gli interessi. Ed è così che oggi, potendo contare su fama e stima dei colleghi, Anderson si è tolto il più grande sassolino che si portava fastidiosamente nella scarpa da 20 anni chiamando al suo cospetto praticamente metà del Monte Olimpo dell’hip hop.

C’è Kendrick Lamar nell’estate californiana di Tints uscita già qualche tempo fa, c’è Dr. Dre addirittura a rappare fra le strutture appuntite e sincopate di Mansa Musa feat. Cocoa Sarai, ci sono J Cole, Q-Tip, Snoop Dogg: tutti rigorosamente sotto il segno di questo neo-soul californiano che parte da Snoop, passa per gli Internet e Tyler The Creator e arriva a Thundercat. Un suono che praticamente fa molto più cartolina di Los Angeles che una camminata più annesso selfone sul Sunset Boulevard. In Brother’s Keeper dimostra persino di avere una sensibilità fuori misura anche sull’equilibrio delle frequenze, facendo rappare Pusha T in un registro molto più basso del suo solito per non collidere con la voce acuta e gracchiante che si ritrova.

Ora, lui non è che sia mai stato un tipo low profile, fatta eccezione di quando era messo così male economicamente da non avere tempo per pensare alla carriera d’artista, essendo più preoccupato a sfamare una moglie (la seconda, avuta da giovanissimo) e un pargolo (avuto qualche anno più in là ma comunque da giovanissimo). Tralasciando che poi la modestia non è cosa di questo secolo: ma se i pezzi sono scritti, prodotti e registrati da Dio, lui ha una voce unica, sul palco fa scassare dal ridere e quando suona la batteria ti si disloca la mascella da quanto è bravo—chi cazzo può dirgli niente?

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