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Andate a vedere ‘Dogman’

E non solo perché l'ultimo lavoro di Matteo Garrone è uno dei più bei film italiani degli ultimi tempi.

Andate a vedere Dogman. Non solo perché è uno dei più bei film italiani degli ultimi tempi (aggiungiamo pure che la competizione è scarsa). Ma perché entra nel merito di qualcosa di molto importante, che ci dovrebbe almeno stare a cuore: il nostro rapporto con la violenza, la “prepotenza”, il lato maschile, cattivo, animale (nel senso dell’etologia sociale). L’infinita forza di seduzione che questo emana.

Matteo Garrone cita Dostojewski e le Memorie del sottosuolo – cronaca dell’incapacità meschina del protagonista di essere “uomo d’azione” nella San Pietroburgo dell’800. Però riempie il villaggio del suo western urbano delle facce dei cattivi delle nostre fiction e del nostro cinema: Francesco Acquaroli e Adamo Dionisi, capibanda di Suburra – La serie; Mirko Frezza, vikingo di periferia con passato inquieto. E naturalmente Edoardo Pesce il pugile, attore turbolento con ruoli da infame – da Romanzo Criminale al marito stalker di Fortunata.

Forse, come dice, Matteo vede poco la televisione. Neppure Gomorra -La serie, dice. Ma narrando Dogman una storia che rappresenta perfettamente la fascinazione che ha la cronaca nera (vera e per fiction) per il nostro immaginario – il Canaro della Magliana! – quelle facce non stanno lì per caso. Rappresentano la sedimentazione contemporanea del “coatto”, del cattivo, del sottoproletario criminale. La sua mutazione dai tempi dell’Accattone di Pasolini fino ai Romanzi Criminali e a Gomorra.

Garrone ha girato il primo Gomorra al cinema con lo stesso sguardo di Dogman. Non fa moralismo. Piacciono i cattivi? Provate allora a seguire il filo fiabesco e paradossale di un personaggio “vero” – Marcello Fonte (ultimo in una galleria di tipi umani meravigliosi, dagli albanesi di Ospiti, ai vecchi attori underground di Estate romana, al nano dell’Imbalsamatore) catapultato con la figlia piccola chissà come in un villaggetto western coatto, dove si muove come un Buster Keaton gridando “amore!” ai cani, canetti, canacci che accudisce e tira a lucido, e si sottopone alle vessazioni di un ex pugile enorme e terribile.

Marcellino “dogman” non è un santo. Ad ogni passo cerca – e non trova – l’approvazione della sua comunità, del gruppo, del branco. Proverà a ottenerla con il gesto più estremo che gli capita, il sacrificio umano. Non è vendetta la sua, rivolta piccolo borghese dell’ uomo piccolo, ma gesto di amore e dono assoluto nei confronti del suo branco. Favola etologica di uomini-cane, Dogman. Il bisogno di essere accettati dagli altri, la paura di non esserlo, il dolore della solitudine. Perfetta scrittura western. Pasoliniana per il suo giocare con gli archetipi, esplorare i confini dell’umano tra il mito e l’istinto animale.

Senza mai la consolazione di ascoltare Bach – come in Accattone, altra storia di un escluso dal suo branco – ma soltanto i rumori di un ovunque periferico.

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