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‘Amsterdam’ è un ritorno al passato, un avvertimento e un bellissimo pasticcio all-star

L'ambiziosa epopea di David O. Russell sulle cospirazioni politiche e il potere dell'amicizia è un film strabordante e incasinato, starring un Christian Bale scatenato e un cast da capogiro

Christian Bale, Margot Robbie e John David Washington in 'Amsterdam.

Foto: Merie Weismiller Wallace/20th Century Studios

Pensate a un attore – quasi tutti i nomi contemporanei che vi vengono in mente – e ci sono buone probabilità che sia nel cast di Amsterdam by David O. Russell (presentato in anteprima italiana alla Festa del Cinema di Roma e nelle sale dal 27 ottobre). Christian Bale, che con il regista ha messo a segno le sue interpretazioni migliori? Non sorprende che qui sia in prima linea. Vale lo stesso per Robert De Niro, ormai regular della compagnia di Russell. La rising star John David Washington? C’è pure lui. Margot Robbie e Anya Taylor-Joy, entrambe candidate allo status di it girl del cinema? Presenti. E Chris Rock, Rami Malek, Zoe Saldana, Michael Shannon, Mike Myers, Timothy Olyphant, Andrea Riseborough, Ed Begley Jr., Alessandro Nivola e… Taylor Swift? Nel cast ci sono anche loro. Questo non è un film corale, è un incontro della Screen Actors Guild.

Stiamo cazzeggiando, sì, ma parte del motivo per cui tanti attori di questo calibro sono attirati dall’idea di girare con Russell, nonostante lui abbia la reputazione di sceneggiatore-regista volubile e capriccioso (ci sono testimonianze, aneddoti e audio/video in abbondanza), è che nessuno fa più film come li fa lui. Film grandi, tentacolari, disordinati, ambiziosi, traballanti, pieni di idee e strabordanti. Film che regalano agli attori parecchie cose da fare oltre a gridare contro un green screen. Anche i titoli che potreste essere tentati di relegare nella sezione dei feelgood movie americani – stiamo pensando in particolare a The Fighter (2010) e Il lato positivo (2012) – si divincolano da una facile classificazione e tendono ad avere un sacco di roba che va al di là.

E il best of di Russell – che per noi include Three Kings (1999), I Heart Huckabees – Le strane coincidenze della vita (2004) e, soprattutto, American Hustle – L’apparenza inganna (2013) – ricorda il tipo di sguardi scialli e le vite sinistroidi che associ a Robert Altman/Hal Ashby nella New Hollywood degli anni ’70. L’ombra di quel decennio incombe su Amsterdam, il primo film di Russell da sette anni a questa parte. Non importa che la maggior parte dell’azione si svolga tra le due guerre mondiali. C’è la tensione dei thriller di cospirazione politica dell’era Nixon, mescolati a quelle farse degli anni ’70 che rivisitavano l’Art Déco anni ’30 da lontano. Un cast stellare che sguazza in un’atmosfera dove tutto è concesso, che può ospitare qualsiasi cosa, dagli osservatori delle agenzie di intelligence ai viaggi con l’LSD, fino ai programmi di sterilizzazione razziale, dalla commedia folle al melodramma.

Eppure questo film sfuggente nella sua confusione ha molto di più rispetto al passato, poiché rimbalza come un flipper tra i generi e guida i suoi interpreti attraverso ritmi folli. Russell ha preso un impianto epico per una storia ambientata in due epoche e tre Paesi, con una dozzina di parti parlanti, solo per cadere in un racconto intimo e sincero di amore e amicizia in mezzo al bagliore del caos. È Ragtime con uno sdolcinato Jules e Jim al centro. È anche un mystery, una commedia ambientata a una velocità a metà tra “daffy” e “screwball“, un dramma infernale di guerra, un ritorno sentimentale a la vie bohème, un racconto ammonitore sul nostro presente e un bellissimo pasticcio di film. Possiamo anche aggiungere un must-see. Sicuramente non c’è niente di simile su piazza in questo momento.

Siamo nel 1933 a New York City, Harlem, 138a Strada: è qui che il dottor Burt Berendsen (Bale) fa il suo mestiere. Veterano della Prima guerra mondiale e con un occhio di vetro a causa di un infortunio sul campo di battaglia, il buon medico cura i compagni soldati con problemi fisici e un disturbo da stress post-traumatico che non sarà riconosciuto ancora per decenni. Organizza anche un gala annuale per celebrare coloro che hanno prestato servizio ed è entusiasta che il comandante del suo vecchio reggimento sia l’oratore principale dell’anno. Peccato che, come gli ha appena detto il suo migliore amico, l’avvocato Harold Woodman (Washington), il loro ex capo plotone, sia appena tornato dall’Europa morto. Un’autopsia sottobanco rivela che è stato avvelenato; sua figlia (Swift) sospetta che sia stato ucciso. Un’idea che viene immediatamente confermata quando Berendsen e Woodman vengono incastrati per omicidio da parte di sconosciuti.

Taglio, si torna al 1918. Un Berendsen più giovane e più innocente (e con due occhi) si unisce allo sforzo di combattere il Kaiser quando gli viene chiesto di supervisionare una squadra di soldati neri. Sono stati accusati di insubordinazione perché i vertici non vogliono che indossino uniformi americane. È qui che Burt incontra Harold, e finiscono entrambi in convalescenza in un ospedale francese dopo aver subito ferite sul campo di battaglia.

Tocca all’infermiera: Valerie Voze (Robbie), che cura part-time mutilati e invalidi ed è un’eccentrica a tempo pieno. I suoi hobby sono fumare la pipa, bere alcolici vietati e creare opere d’arte dalle schegge che rimuove dai corpi dei soldati, una riproposizione di detriti di distruzione di massa nell’arte dadaista. Non è nemmeno veramente francese, ma un’espatriata americana che gira per l’Europa in cerca di avventura. Valerie e Woodman si piacciono, ma è stabilito praticamente da subito che questo sarà un trio. I tre si dirigono ad Amsterdam, dove vivono, ridono e si amano tra colleghi artisti, disadattati, emarginati. Per un po’, questa generazione perduta crea un delizioso e personale Eden. Poi Burt decide di tornare a casa negli Stati Uniti e l’incantesimo si spezza. Quando si riuniscono tutti a New York anni dopo, i cadaveri e le cospirazioni hanno reso la posta in gioco del loro legame molto più alta.

C’è di più – sì, molto di più – mentre Russell ci conduce in un wormhole della Storia americana di sovversivi, truffatori politici e ricchi stantii. Un disclaimer in apertura ci informa che “molto di quello che è raccontato è accaduto davvero”, e non ci vuole un professore universitario per misurare la distanza tra le minacce passate ai nostri cari ideali democratici e ciò che il nostro futuro attuale potrebbe portare alla luce negli ultimi anni. Non è strano se penserete che quella del regista possa essere una chiamata alle armi ammantata di abiti d’epoca, specialmente quando la voce fuori campo si immerge nella didattica durante la resa dei conti del terzo atto tra i personaggi, chiaramente divisi tra bravi ragazzi e corrotti (“Cosa c’è di più americano di una dittatura costruita dagli affari americani?”). Le gomitate a commento sono in realtà l’aspetto meno efficace di Amsterdam, non perché non siano pertinenti o perché Russell non condivida le stesse preoccupazioni di molti di noi, ma perché il suo cuore è chiaramente da un’altra parte.

Sia Russell che Bale hanno parlato di voler costruire un film attorno al personaggio di Berendsen e che la sceneggiatura ha attraversato più di una dozzina di bozze durante il lungo periodo di gestazione del film. E mentre si è tentati di pensare che quasi tutto sia finito nella versione finale, l’unica cosa che sembra costante è la performance gloriosamente incrinata di Bale. Centrando un accento New Yawk appena sopra le righe e una pettinatura degna dei fratelli Coen, il suo dottore riesce a trasformare ogni scena in qualcosa di comico, ma non a scapito delle deviazioni o dei battiti emotivi della narrazione. È una grande svolta fisica, in particolare nel modo in cui si sporge costantemente in avanti: ti preoccupi costantemente che sia sul punto di cadere (cosa che, occasionalmente, fa). Bale non è mai stato uno che ha evitato di tuffarsi nelle caratteristiche trasformative della recitazione o uno felice di fermarsi quando poteva alzare l’asticella ancora un po’. Eppure ti viene in mente quanto siano in simbiosi lui e Russell quando si tratta di lanciarsi in un progetto a spese del buon senso o della sanità mentale. Amsterdam è pure una storia d’amore tra una star e il suo regista.

La generosità si estende al cast in generale. Alcuni hanno problemi con l’interpretazione passiva del Goodman di Washington, aquila legale e amante della svitata aristocratica di Robbie. Ma, se visto in tandem con quello che sta facendo Bale, si adatta meglio al quadro più ampio: è la zavorra che permette a Bale di staccarsi da lui e rimbalzare nella storia. Robbie capisce che il suo ruolo è metà archetipo della pazza e metà ideale romantico, ma non si lascia confinare in nessuno dei due. Il cast di supporto può recitare in modo molto diretto (il militare patriottico di De Niro, la giovane donna in lutto di Swift), molto ampio (la moglie elitaria di Riseborough, il delinquente razzista di Olyphant), o prendere parte a doppi atti meravigliosamente bizzarri (i gestori dell’agenzia di intelligence Shannon e Myers, gli ottusi poliziotti di Nivola e dell’attore belga Matthias Schoenaerts; i ricconi senza scrupoli di Malek e Taylor-Joy). Non sarà bello sottolineare che gli artisti non sono tutti uguali qui, ma è proprio così.

E poi c’è la stessa Amsterdam, la città che funge da titolo simbolico allo stesso modo di Casablanca per il suo classico dramma corale. È il paradiso perduto, l’attimo prima che la Storia e il “sogno” si ripetano. È ciò che Robbie chiama “la parte buona”, quando i tre protagonisti possono essere ciò che chiamano “il loro vero Io”. È la rappresentazione geografica di un’amicizia profonda, duratura e solidale. E, proprio come Casablanca, questo film si concluderà con un sacrificio che tenta di correggere una manciata di torti a tutti i livelli. Non mancano i film che continuano a uscire per far sentire spudoratamente e manipolativamente bene tutti noi (vedi CODA – I segni del cuore, vincitore dell’Oscar quest’anno). Ma bisogna dar credito a Russell di aver realizzato un film in cui avere un ottimismo stravagante, in questo (e quel) periodo storico, sembra in qualche modo un atto radicale. Per un film così esagerato, la determinazione di tornare a un preciso momento passato non è solo un desiderio. Suggerisce che un ritorno al passato può anche segnare un nuovo inizio.

Da Rolling Stone USA