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‘Alone’ di Gianni Maroccolo è un trip d’altri tempi

Dopo le collaborazioni con Marlene Kuntz e Deproducers, l'ex CSI riesce ancora a stupire con un album coraggioso, psichedelico e lontano dal pop sofisticato della nuova scena indipendente.

Gianni Maroccolo

Foto di Massimo Tuzio

Dopo l’afflato per così dire mainstream con i Marlene Kuntz, il crowdfunding con Claudio Rocchi e le planetarie costruzioni in compagnia dei Deproducers (tralasciando le altre diverse collaborazioni) il mondo di Gianni Maroccolo conosce adesso una nuova evoluzione. Il termine, con tutta la sua carica innovativa, potrebbe trarre anche in inganno in quanto Alone è il disco, per certi versi, più minimale e conservatore che ci saremmo potuti aspettare da lui. Invece di espandere ulteriormente nel tempo la gamma elettrica della propria proposta musicale, nelle sei canzoni contenute in questo album, si ricongiunge se mai al suo essere (stato) giovane studioso di fonologia a Firenze e altresì compositore elettronico, prima dell’avventura Litfiba.

“Sono certo di avere scritto buona musica – scrisse anni fa al compianto Rocchi – e lavorata con anima e mente aperta potrebbe trasformare questo mio disco in un bel viaggetto stile funghetti di altri tempi, la mia intenzione è questa”. Allo stesso modo, Alone non scappa dai propri padri putativi, siano quelli della musica krautrock o della musica ripetitiva o dell’irrefrenabile verve onnicomprensiva di Zappa, li accoglie piuttosto a braccia aperte e li fa accomodare in studio per partecipare alle registrazioni in un nuovo viaggio. Il progetto che ne scaturisce, non saprei dire se più bizzarro o semplicemente folle, è quello di fare un album “infinito” in quattro capitoli a cadenza semestrale: il 17 dicembre e il 17 giugno di ogni anno (più un quinto, inedito, disponibile solo in abbonamento su Contempo Records). Infinito sia da un punto di vista strutturale ma anche emotivo. Alla musica infatti sono affiancate le illustrazioni di Marco Cazzato e i racconti di Mirco Salvadori, dando così un’idea di esperienza totale e non solo uditiva. Ma c’è di più. Perché, se pur vero che il titolo dato al disegno complessivo lascia presagire una desiderata clausura, da soli pare non si stia bene neanche in Paradiso.

Così, registrato con cura e desueta attenzione per il dettaglio, Alone non sfugge l’arte dell’incontro – come A.C.A.U. (il primo disco di Gianni Maroccolo del 2004) finì per diventare un lavoro, per sua stessa definizione, “multisolista”. Jacopo “IOSONOUNCANE” Incani appare negli oltre diciassette minuti di Tundra, un trionfo d’istintiva tribalità. Un risoluto messaggio a Dio da una umanità mai (stata) adulta o, fuori metafora, un brano dalle parti di un caposaldo dell’elettro-indie moderno come DIE con ovvie ulteriori dosi di free-jazz e massimalismo da rave-party. La cartella stampa parla del supporto vocale di Stefano “Edda” Rampoldi in Altrove nei termini classici della psichedelia spirituale ma, a volere dare credito alla propria fantasia, potremmo chiamare in causa pure i Love, George Harrison e persino il Beck di Mutations che, con la scusa di tornare alle origini, gironzolava nel mondo Indù tra sintetizzatori e sitar. Preziosi anche gli innesti noir di Luca Swanz Andriolo e alla tromba di Enrico Farnedi in Sincaro, la più rock delle sei tracce incluse.

Gianni Maroccolo, foto press

Alone è un lavoro quindi antitetico ai filoni maestri, leziosamente pop o artificiosamente sofisticati, della nuova scena “indipendente” italiana. Coraggioso a prescindere e, vista l’idea di fondo che lo anima, direi a oltranza. Troppo cervellotico? Forse sì per i tempi che corrono ma l’ex-CSI, dopo quasi quarant’anni di musica vissuta intensamente, raggiunge ancora egregiamente più di un valido scopo: incuriosire, intrattenere e soprattutto (re)innescare nell’ascoltatore quella sana capacità d’attesa oramai assopita nella voglia di tutto e subito che oggi ci intrappola.




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