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Allora, com’è il disco dei Jamiroquai?

"Automaton" è l'album più elettronico finora e ha lasciato disoccupati tutti i DJ che prima si divertivano a remixare Jay Kay e band
3 / 5

Alzi la mano chi non ha pensato ai Daft Punk quando è uscito Automaton, il primo singolo dei Jamiroquai. Fra quell’intro arpeggiato in stile Tron, le voci robotiche e il french touch sul ritornello, l’acid jazz con le Gazelle ai piedi sembra ormai un miraggio lontanissimo. Così come lo è il copricapo di piume da nativo americano che è sempre stato il marchio di Jay Kay, sostituito nella nuova era da un sofisticato elmetto pieno di flap robotizzati e LED. Se contiamo poi che Automaton dà anche il titolo al nuovo album, il segnale che hanno voluto dare i ragazzi è piuttosto chiaro: prima o poi l’elettronica arriva per tutti. O meglio, l’electro.

Un cambiamento comprensibile, oltre che prevedibile. Lo stesso Jay Kay in un’intervista del 2007 si era detto profondamente annoiato da tutto. «Non voglio tornare sulle scene» si era confidato al Guardian. «Abbiamo tutti bisogno di riposo, onestamente. E poi non ho bisogno di soldi o di un contratto discografico.» La frecciatina tra l’altro alludeva alla rottura con la Sony BMG. Finito il contratto di otto album, la label non aveva rinnovato l’impegno perché nell’aria c’era come il sentore di una popolarità che non sarebbe mai più tornata. «Tutto ciò che voglio fare ora è far volare il mio elicottero e cercare la donna con la quale avere dei bambini». Invece poi è uscito un altro disco, Rock Dust Light Star, e un altro colpo è stato inflitto all’orgoglio di Jay, vendendo meno della metà del precedente e segnando forse uno dei periodi più cupi della band.

Ci sono due remix ufficiali inclusi nella Deluxe Edition (li si trova facile su Spotify) che però la dicono lunga sui Jamiroquai che sarebbero arrivati sette anni dopo, cioè oggi. Non sono altro che due rework firmati da due mostri sacri del french touch, Alan Braxe e Fred Falke. Ascoltateli a occhi chiusi: sembrano usciti da Automaton. È chiaro quindi che l’usanza di darsi al funk suonato nel disco e poi sbizzarrirsi commissionando remix nelle varie Deluxe Edition, con Automaton ha semplicemente saltato un passaggio. Ora il synth e la drum machine sono la regola, non più l’eccezione. Di questo passo, Jay ha lasciato disoccupati tutti i DJ che prima si contendevano un posto fra i remix ufficiali. Something About You sembra un singolone estivo reinterpretato in chiave italo disco da Breakbot. La batteria di Shake It On invece pare uscita da uno dei compressori di SebastiAn, mentre Superfresh deve molto all’eredità lasciata da Cerrone. Fra queste granate da pista, dicevamo, si nascondono qua e là piccoli intrusi. Tracce suonate senza interventi elettronici—come Summer Girl e We Can Do It—che rimangono la minoranza, un residuo di ciò che sono stati i Jamiroquai e che magari un giorno torneranno a essere.

Ma non c’è fretta. Prima ci si può permettere di assistere a un ritorno importante e un disco che—svolta electro/french a parte—se non altro tiene intatta la stessa spacconaggine di vent’anni fa. Nonostante i cinquanta siano dietro l’angolo.

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